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Archivio della Categoria 'Economia'

Un “tesoretto” nascosto di 60 miliardi nella rivalutazione delle rendite catastali

martedì 22 novembre 2011

Imu, rivalutazione delle rendite, riforma degli estimi. Il pacchetto casa si arricchisce di nuove ipotesi. In una parola: più tasse sul mattone. Seppur temperate da progressività ed equità. Si riparte dunque dalla proprietà per ridare fiato a lavoratori e imprese e alleggerire così Irpef e Irap.
Intanto spunta una sorpresa. Un tesoretto finora escluso da calcoli e previsioni. Vale 60 miliardi ed è nascosto negli oltre 33 milioni di unità abitative esistenti in Italia (di cui 30 intestate a persone fisiche). A tanto ammontano le tasse annue sugli immobili – Irpef, imposte indirette sui trasferimenti e Ici – che lo Stato potrebbe recuperare se aggiornasse le rendite catastali (base di calcolo di quelle imposte) e riportasse così il valore di abitazioni, pertinenze e altri fabbricati a quello di mercato.
Valore che nel 2009 era pari a circa 3,7 volte il corrispondente fiscale. Un abisso. Per colmarlo si dovrebbe mettere mano a una rivoluzione: la riforma delle tariffe d’estimo, ferme al 1990 (ma per legge si dovrebbero rivedere ogni dieci anni) e dunque ai prezzi e alla redditività delle abitazioni del 1988-89. Una vita fa.
Ma è a questa rivoluzione che il governo Monti potrebbe puntare. Per riequilibrare e adeguare – guardando all’equità – il contributo dei proprietari di immobili alla fiscalità generale. Che appunto vale 60 miliardi (precisamente 59,858 miliardi), secondo quanto calcolato dal tavolo guidato da Vieri Ceriani, funzionariogenerale di Bankitalia, e composto da 31 sigle del mondo produttivo e sindacale, in vista della riforma fiscale.
La “rivoluzione” degli estimi – lunga nella sua gestazione, si parla di anni – non esclude tuttavia il pacchetto complessivo di interventi, a cui probabilmente si accompagnerà: dalla reintroduzione dell’Ici sulla prima casa, trasformata in Imu (Imposta municipale unica, anticipata al 2012, aliquota del 6,6 per mille, abbinata alla Res, l’imposta su Rifiuti e servizi al 2 per mille), fino a una più immediata e spendibile rivalutazione delle rendite.
La sola Ici vale 3,5 miliardi l’anno di gettito aggiuntivo. Con le rendite elevate del 50 per cento (oggi la percentuale di rivalutazione è ferma al 5 per cento) siamo a 11,2 miliardi. Del 100 per cento, a 20 miliardi. Del 150 per cento a 28,3 miliardi. Aumenti che, nelle ipotesi circolate finora, dovrebbero comunque essere mitigati, quasi calmierati, per tener conto del reddito complessivo del contribuente o del numero di immobili posseduti. Proprio per restituire “equità” a un prelievo di certo non gradito – visto che il 79 per cento delle famiglie italiane è proprietario di casa – e che oggi esclude proprio le prime case.
Aggiornare i valori catastali, in un modo o nell’altro – rivalutandoli o adeguandoli al mercato – vuol dire accrescere in modo proporzionale i relativi tributi. Non solo. La rendita dell’immobile – anche ora che l’Ici sulla prima casa non si paga – va comunque dichiarata e fa lievitare il reddito complessivo del contribuente. A una rendita maggiore, corrisponderà una base imponibile maggiore (ed è per questo che il tavolo di Ceriani include anche le rendite non aggiornate tra le forme di “erosione” fiscale).
Un incremento delle rendite potrebbe comportare la perdita, dunque, di altri benefici. L’esenzione dal ticket o anche i requisiti per la pensione di reversibilità, ad esempio, sono calcolati proprio sul reddito complessivo.

di VALENTINA CONTE
la repubblica.it

 

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Pubblicato nella sezione Economia |

Bankitalia: sofferenze cresciute del 40%. In un anno passate da 73 a 102 miliardi

domenica 20 novembre 2011

Quasi 30 miliardi di euro in più in un anno: di tanto sono cresciute le sofferenze per le banche italiane, passate dai 72,9 miliardi di fine settembre 2010 ai 102 miliardi di fine settembre 2011. L’incremento in termini percentuali è del 39,9%. È la fotografia scattata dalla Banca d’Italia nel supplemento “Moneta e banche”.
Le sofferenze sono, di fatto, prestiti la cui riscossione da parte della banca erogatrice diventa difficile e incerta. Il peso più consistente (oltre la metà del totale) risulta a carico delle società non finanziarie, ossia le imprese, a cui risultano iscritti 66,6 miliardi a fine settembre 2011. Erano 47,6 miliardi a settembre dello scorso anno, con un incremento del 39,9%.
In chiara difficoltà anche le famiglie consumatrici con 24 miliardi (contro i 16,4 miliardi del 2010, +46,3%) e infine le famiglie produttrici con 9,9 miliardi (7,8 miliardi un anno fa, +16,2%). Complessivamente, nello stesso periodo i prestiti risultano in leggero aumento (+3,6%), passando da 1.914 miliardi di fine settembre 2010 a 1.984 miliardi di fine settembre 2011, evidenziando così un netto scarto fra il boom registrato dalle sofferenze e la timida crescita del credito erogato.

Spunti tratti da: la repubblica.it

 

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Ici, pensioni e lavoro: che cosa cambia

sabato 19 novembre 2011

Il ritorno dell’Ici, sarà progressiva.
L’imposta comunale sulla prima casa, nonostante l’opposizione già dichiarata della Cgil, sarà reintrodotta e incorporata nella nuova Imu, l’imposta municipale unica, da anticipare probabilmente già al 2012. E sarà solo l’antipasto, perché Monti vuole attuare la delega per la riforma fiscale in tempi brevissimi. «Una riduzione delle imposte e dei contributi che gravano sul lavoro e l’attività produttiva, finanziata da un aumento del prelievo sui consumi e sulla proprietà, sosterrebbe la crescita senza incidere sul bilancio pubblico», ha detto il premier. Un nuovo aumento dell’Iva è possibile, anche se Monti ha già sottolineato la più forte regressività delle imposte indirette. La soluzione, oltre all’Ici sulla prima casa da 3,5 miliardi, potrebbe essere la patrimoniale. Ma è difficilmente praticabile dal punto di vista politico: Silvio Berlusconi non è affatto d’accordo.

Pensioni, premiato chi lascerà più tardi.
Ci saranno misure sulle pensioni, ma solo dopo il confronto con le parti sociali. Il sistema italiano, dopo le tante riforme fatte, risulta tra i migliori in Europa dal punto di vista della tenuta dei conti. L’età per il pensionamento di vecchiaia già è più alta di quella tedesca e francese. Resta il problema delle pensioni di anzianità, quelle a 60 anni d’età. Per superarle, il nuovo ministro del Lavoro, Elsa Fornero, punta all’introduzione di un’età flessibile di pensionamento a scelta del lavoratore, fra 63 e 68-70 anni, con il calcolo contributivo pro rata della pensione, che premia chi lascia il lavoro più tardi. Inoltre, l’estensione del contributivo a tutti i lavoratori attenuerebbe quelle disparità tra giovani e anziani e tra categorie richiamate da Monti. Il governo, in ogni caso, porrà come condizione per la riforma la rimozione dei privilegi, a partire dai vitalizi parlamentari.

Neoassunti e articolo 18, così la riforma.
Quella sul mercato del lavoro è stata forse la parte più dettagliata del discorso di Mario Monti. Il presidente del Consiglio ha indicato un percorso, la trattativa con le parti sociali, e un obiettivo, il superamento del dualismo delle regole, che privilegia i lavoratori anziani a scapito dei giovani. Monti ha voluto precisare che la riforma non toccherà chi già lavora, ma solo le future assunzioni. Ma di che riforma si tratterà? Il modello che più sembra rispondere alle indicazioni del premier è quello suggerito da tempo dal giuslavorista e senatore del Pd, Pietro Ichino, che non a caso ieri si è intrattenuto a colloquio con il nuovo ministro del Lavoro, Elsa Fornero. Ichino propone per i nuovi assunti un contratto a tempo indeterminato ma con la possibilità di licenziare per motivi economici dietro il pagamento di un indennizzo e un rafforzamento degli ammortizzatori sociali. Contrari a toccare l’articolo 18 la Cgil e buona parte del Pd.

Liberalizzazioni, più facile creare un’impresa.
Rendere meno ingessata l’economia, facilitare la nascita e lo sviluppo delle imprese, migliorare l’efficienza dei servizi pubblici, favorire l’inserimento dei giovani e delle donne nel mercato del lavoro. Se prima era il rigore di bilancio da oggi la «crescita», non a caso la parola più usata nel discorso del premier, diventa la principale priorità dell’economia italiana. Non è solo il superministero affidato a Corrado Passera a certificarlo. Tutte le riforme indicate oggi da Monti, dall’uso dei fondi Ue per il Sud, alla riforma fiscale, passando per il rafforzamento dell’Antitrust e la liberalizzazione delle professioni, puntano alla crescita. Certo, non tutte avranno un impatto forte e immediato sul Pil, «ma influendo sulle aspettative degli investitori, possono riflettersi in una riduzione dei tassi con conseguenze positive sulla crescita stessa» dice Monti. Applausi convinti da Confindustria, Abi, Rete Imprese Italia e Cooperative.

fonte: il corriere.it

 

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Pubblicato nella sezione Economia, Politica e Società |

Lavoro, rispetto al 2008 disoccupati sempre più ai margini del sistema produttivo

martedì 15 novembre 2011

In Italia, a causa della crisi, nell’arco di un anno poco più di un disoccupato su quattro riesce a trovare lavoro, sia esso prima occupazione o nuovo impiego. Tradotto in cifre, la percentuale è preoccupante: la probabilità di essere assunti in tempi di magra è pari al 26,7%. E’ quanto emerge da ‘L’economia delle regioni italiane’, il rapporto di Bankitalia che fotografa nel dettaglio il Paese ‘reale’ in base ai dati aggiornati al 2010.
L’immagine che ne deriva è drammatica, specie se paragonata agli anni anteriori al deflagrare della depressione economica europea. Nel 2008, ad esempio, nel nostro Paese la ricerca di un posto di lavoro dava più soddisfazioni, con circa un disoccupato su tre che entro dodici mesi era in grado di portare a casa un contratto, per una probabilità del 33,5%. Lo dicono le elaborazioni di via Nazionale su dati Istat.
Le possibilità di impiego sono sempre più strette su tutto il territorio, ma il gap tra Nord e Sud resta forte. Alcuni dati. Nel 2010, ad esempio, le probabilità di firmare un contratto di lavoro nel Nord Ovest è pari al 33%, nel Nord est al 37,2%, al Centro al 25,9% e nel Mezzogiorno al 21,3%. Operazione addirittura disperata, invece, per chi è stato licenziato, non è più alle prime armi e deve provare a ricollocarsi nel mercato: i disoccupati over 35, infatti, sono quelli che scontano le probabilità più basse di riuscire ad essere assunti entro dodici mesi. Tradotto: una volta usciti dal sistema, rientrarci è un’impresa a dir poco ardua.
Ad avere più chances, quindi, sono i giovani disoccupati, specie quelli alla ricerca del primo impiego. Per loro la possibilità di “sistemarsi” tra il 2005 e il 2010 è sempre stata leggermente superiore alla media in tutte le aree del Paese. Tuttavia sono stati proprio i giovani i più colpiti dalla crisi e dal 2008 al 2010 il calo delle possibilità di strappare un contratto per gli under 35 è stato forte e ininterrotto, passando da circa il 35% del periodo pre crisi a neppure il 28% del 2010. Anche per i giovani disoccupati Palazzo Koch registra decisi squilibri territoriali, con la percentuali di successi che nel Nord Est è doppia rispetto al Mezzogiorno.

fonte: il fattoquotidiano.it

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Sì del Senato al ddl Stabilità

sabato 12 novembre 2011

Via libera dell’aula del Senato alla Legge di Stabilità. Il provvedimento passa ora a Montecitorio dove il via libera definitivo è atteso entro domani sera. Il testo è stato approvato con 156 Voti favorevoli, 12 voti contrari e 1 astenuto. I gruppi di maggioranza hanno votato a favore. I senatori del Pd e del Terzo polo sono rimasti in Aula, ma non hanno partecipato al voto.
Il documento contiene 1 le misure previste dal governo Berlusconi in risposta alle sollecitazioni dell’Unione europea. Interviene, in particolare, con la previsione di tagli alla spesa pubblica e di interventi per fare cassa anche attraverso la cessione di beni e terreni demaniali 2. Tra le principali novità del passaggio a Palazzo Madama ci sono la misura sulle pensioni, le dismissioni immobiliari, la mobilità per gli statali, la stretta sul debito di Regioni ed enti locali, le liberalizzazioni dei servizi locali, e lo stop delle tariffe minime dei professionisti.
Intanto, anche oggi da Bruxelles sono arrivate sollecitazioni perché le misure di riequlibrio dei conti siano prese entro il fine settimana: “In questo momento – ha detto un portavoce della Commissione europea – è di fondamentale importanza che le autorità italiane approvino il pacchetto di misure nel week end, per mandare un segnale ai partner internazionali e ai mercati”. La Ue, ha aggiunto il portavoce, “terrà d’occhio” il pacchetto di misure che verrà presentato dall’Italia per vedere “se ulteriori misure saranno necessarie”.
Il presidente del Consiglio dell’Unione europea, Herman Van Rompuy, in Italia per incontrare Silvio Berlusconi, ha aggiunto che l’Italia “ha bisogno di riforme, non di elezioni”. Lo ha detto parlando all’ inaugurazione dell’anno accademico dell’Istituto universitario europeo, a Firenze.

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Ecco il maxiemendamento: dal 2026 in pensione a 67 anni. Privatizzazioni, dismissioni e liberalizzazione ordini professionali

giovedì 10 novembre 2011

Il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, presenta in commissione al Senato il maxiemendamento al ddl di stabilità. Il maxiemendamento alla legge di stabilità, «applicativo della lettera della Bce», è costituito da 25 articoli, 23 pagine e 10 punti. Prima di entrare in commissione Tremonti ha incontrato il ministro della Semplificazione, il leghista Roberto Calderoli, e il presidente della commissione Bilancio del Senato, Antonio Azzollini, nella sala del governo a Palazzo Madama. Privatizzazioni, dismissioni di immobili e terreni agricoli e costituzione di una società veicolo dove immettere i beni. Fondo di ricerca, semplificazioni normative, detassazione delle imprese costruttrici. Sono alcuni dei punti contenuti nel maxiemendamento illustrati da Tremonti. Nel testo anche incentivi fiscali e contributivi, incentivi all’inserimento delle donne nel lavoro e interventi per velocizzare la giustizia civile.

Dal 2026 in pensione a 67 anni
Per chi andrà in pensione a partire dal 2026, l’età minima di accesso alla pensione di vecchiaia sarà di 67 anni. Lo stabilisce l’articolo 4 bis del maxiemendamento del Governo al ddl di stabilità.

Dismissioni immobili con il conferimento a fondi comuni
Dismissione degli immobili pubblici attraverso il conferimento degli stessi a uno o più fondi comuni di investimento immobiliari e a una o più società, le cui quote o azioni saranno poi oggetto di offerta pubblica di vendita e il ministero dell’Economia potrà accettare come corrispettivo anche titoli di Stato. Lo prevede il maxiemendamento del Governo al disegno di legge di stabilità, stabilendo anche che i proventi netti derivanti dalle cessioni delle quote o delle azioni dei fondi o delle società sono destinati alla riduzione del debito pubblico. Nel caso di operazioni che abbiano ad oggetto esclusivamente immobili liberi, i proventi della cessione, previo versamento all’entrata del bilancio dello Stato, sono destinati al Fondo per l’ammortamento dei titoli di Stato. Un primo decreto per l’individuazione degli immobili sarà emanato entro il 30 aprile 2012 e dovrà prevedere anche una quota non inferiore al 20% delle carceri inutilizzate e delle caserme assegnate in uso alle forze armate.

Non ci sono le modifiche all’articolo 18
Il maxiemendamento non contiene modifiche all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori in materia di licenziamenti e all’articolo 8 della manovra. Lo ha chiarito una nota dellìEconomia dopo un ricorrersi di voci sul maxiemendamento «Il ministro Giulio Tremonti, nell’illustrare il maxi-emendamento alla Commissione Bilancio del Senato, non ha mai parlato, ne’ accennato ad una eventuale modifica ne’ dell’art.8 ne’ dell’art. 18, che sarebbe stata inserita nel testo del decreto presentato al Senato. Il ministro Tremonti ha detto l’esatto contrario. In Commissione ha sostenuto che non saranno apportate modifiche ai due articoli in questione», ha spiegato il sottosegretario all’Economia Antonio Gentile. Se nel maxiemendamento al ddl stabilitá faranno capolino i licenziamenti facili e nuovi interventi sulle pensioni la Lega Nord voterá «no», ha detto il leader del Carroccio, Umberto Bossi. Ha annunciato il suo “no” anche Bersani se comparisse la norma sull’articolo 18.

di Nicoletta Cottone
fonte: il sole24ore.it

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Bufera su titoli, spread Btp-Bund record. Milano ko, Napolitano: “Decidere presto”

mercoledì 9 novembre 2011

Lo spread Btp-Bund torna poco sotto i 560 punti base (557,1) con il tasso di rendimento in calo al 7,30%.
Resta sopra i 400 punti lo spread tra i titoli spagnoli a dieci anni e quelli tedeschi a 410 punti base. Fa invece segnare un nuovo record storico il differenziale tra i bond francesi e il bund. La forbice Parigi-Berlino si allarga a 144 punti.

BORSA MILANO: PESANTE (-3%) IN ATTESA DI WALL STREET – Avvicinandosi l’apertura di Wall street, Piazza Affari tenta di contenere i cali: con il parziale allentamento della fortissima tensione sui titoli di Stato italiani l’indice Ftse Mib segna una perdita del 3,09%, l’Ftse All Share un ribasso del 2,95%. Con Francoforte in calo del 2,46%, Parigi dell’1,98% e Londra dell’1,77% tra i titoli principali della Borsa di Milano Mediaset perde l’8,45%, Unicredit il 3,96%, Fiat il 3,51%, Intesa SanPaolo il 3,42%.

 BCE STA COMPRANDO TITOLI DI STATO ITALIANI – Nuovo intervento della Banca Centrale Europea sui titoli di Stato. Francoforte sta infatti comprando Btp.

 CDS SULL’ITALIA VOLANO A RECORD 536 PUNTI – I credit-default swap sull’Italia, i contratti derivati con cui ci si protegge dal rischio default, volano al record storico di 536 punti sulla piattaforma Cma. Lo riferisce Bloomberg.

CAMERON: TASSI BTP A LIVELLI INSOSTENIBILI – “I tassi d’interesse sui titoli di Stato stanno tragicamente arrivando a toccare in Italia livelli totalmente insostenibili”. Lo ha detto il premier britannico David Cameron alla camera dei Comuni.

 ASIA POSITIVA CON WALL STREET E FRENATA PREZZI CINA – Borse asiatiche in generale rialzo soprattutto in scia alla chiusura positiva di Wall Street, ma ai mercati dell’area ha fatto bene anche la frenata dei prezzi al consumo in Cina, considerato un indicatore credibile del livello d’inflazione. L’indice del gigante asiatico è infatti cresciuto del 5,5% in ottobre dopo un aumento del 6,1% in settembre, un rallentamento che dovrebbe indurre le autorità monetarie di Pechino a non stringere sui tassi bancari. Così Tokyo ha guadagnato oltre un punto percentuale, con Hong Kong che ha sfiorato un rialzo di due punti. Bene anche Sidney (+1,2%), dove sono quotati diversi titoli che possono anticipare l’avvio dei loro settori in Europa, specie nel comparto delle materie prime e dell’energia. Sono invece stati proprio i listini cinesi a ‘festeggiare’ con meno convinzione la frenata dell’inflazione domestica: Shanghai tenta di chiudere in leggero rialzo, Taiwan ha segnato un leggero calo.

 Di seguito, gli indici dei titoli guida delle principali Borse di Asia e Pacifico: – Tokyo +1,15% – Taiwan -0,51% – Seul +0,23% – Sidney +1,22% – Kuala Lumpur +0,43% – Bangkok -0,38%.

Fonte. ansa.it

 

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Draghi taglia i tassi d’interesse all’1,25%. La prima mossa da presidente della Bce

venerdì 4 novembre 2011

La Banca Centrale europea, con una decisione unanime, ha tagliato di un quarto di punto i tassi d’interesse dell’area euro. Il tasso di riferimento scende quindi all’1,25%, quello sui depositi allo 0,50% e quello sugli impieghi al 2,00%. Ecco la prima mossa con cui Mario Draghi si è presentato alla comunità internazionale nella veste di presidente della Bce: si tratta di una decisione che ha colto di sopresa tutti gli analisti convinti che il primo direttorio senza Jean-Claude Trichet avrebbe confermato la sua politica monetaria. E quindi lotta all’inflazione piuttosto che sostegno alla ripresa. Draghi ha invece sposato una strategia accomodante accogliendo le richieste di chi chiedeva nuovi stimoli all’economia e ignorando le sirene che sottolineavano la recente corsa dei prezzi saliti nell’Ue del 3%. La speranza è che adesso ripartano gli investimenti. “Un aiuto – ha detto Draghi – potrebbe arrivare anche dalla Cina”.
Nella conferenza stampa, il presidente della Bce ha motivato la sua scelta. Le prospettive inflazionistiche dell’area euro sono in calo e potrebbero scendere sotto il 2% nel 2012. E ha parlato di probabili revisioni al ribasso delle stime di crescita per il prossimo anno: ‘Le tensioni sui mercati in corso attenueranno il ritmo della crescita nella seconda metà del 2012″. Diversi fattori stanno minando la crescita economica dell’area euro, tra questi il rallentamento della domanda globale ma anche un calo di fiducia legato alle “persistenti tensioni dei mercati finanziari”. In questo scenario, Draghi, che non si aspetta una periodo di deflazione, lancia un monito ai Paesi europei: “Rispettino gli impegni del 27 ottobre e siano pronti a prendere misure supplementari”. Le riforme sul mercato del lavoro e le privatizzazioni dei servizi sono necessarie, per rafforzare la fiducia, le prospettive di crescita e l’occupazione. E qualcosa in più potrebbe essere chiesto a chi ha un debito elevato, anche perché il programma di acquisti di bond è “temporaneo e limitato”. Non c’è nessun obbligo ha specificato Draghi In ogni caso la Grecia e nessun altro paese uscirà dall’euro, non è previsto nei trattati. Draghi ha precisato nella conferenza stampa che non si è parlato del debito italiano nel corso del consiglio della Bce, ma ha sottolineato che “non può calare grazie ad interventi esterni. Il pilastro principale è la politica economica che i Governi fanno. Servono riforme strutturali per aumentare competitività e creare occupazione”. Quanto all’Irlanda, il presidente della Bce è fiducioso che il Paese farà il duo dovere.
L’ultimo taglio del costo del denaro risaliva al 7 maggio 2009 quando Trichet portò i tassi dall’1,25 all’1%. Si trattò dell’ultimo dei tagli iniziati l’8 ottobre 2008 quando erano al 4,25%. Dopo un intero anno di attesa, il 2010, il 7 aprile scorso la Bce aveva aumentato il costo del denaro di 25 punti base e così aveva fatto il 7 luglio. Draghi, quindi, ha immediatamente invertito la rotta rispetto alle manovre rialziste di Francoforte. Nella sua decisione di oggi ha pesato il rapido deterioramento del quadro economico dell’area euro, ma forse ancor più l’allarmismo dei mercati dopo la decisione della Grecia di sottoporre a un referendum i piani di risanamento e aiuto appena negoziati con il resto dell’area euro. La sforbiciata si ripercuoterà a cascata sui costi di accesso al credito a imprese e famiglie, con un’immediata riduzione – per esempio – delle rate sui mutui per le case. Ma è anche un nuovo segnale della criticità che si è creta sull’economia reale.

 di Giuliano Balestreri
repubblica.it

 

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Maxi-emendamento: il governo porrà la fiducia al Senato

giovedì 3 novembre 2011

Immobili militari potranno diventare d’uso civile: in pratica caserme potranno diventare case. È quanto prevede una delle misure contenute nell’ultima bozza del provvedimento sullo sviluppo all’esame dei tecnici per valutare l’introduzione nell’emendamento alla legge di Stabilità. La Difesa – prevede la norma – potrà indire conferenze di servizi con comuni, province e regioni per ottimizzare il valore degli immobili militari, trasformando la destinazione d’uso da militare a civile, con conseguente variante urbanistica.
Viene tolto il divieto di attribuzione al ministero dei Beni Culturali delle donazioni di private finalizzate a finanziarie restauri. Nella bozza delle misure all’esame dei tecnici per valutare l’inserimento nell’emendamento alla legge di Stabilità è infatti prevista l’istituzione di un apposito fondo per la cultura.
Arriva un’agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane che prenderà il posto dell’Ice, soppresso con la manovra dello scorso luglio. Il “ripensamento”, finalizzato a creare un soggetto specializzato a promuovere i prodotti italiani all’estero, è previsto nelle misure della bozza del provvedimento destinato a confluire in parte nell’emendamento alla Legge di Stabilità. La norma fissa tra l’altro i criteri organizzativi, gli organi dell’agenzia e i compensi al Cda.
Il governo chiederà al Senato il voto di fiducia sia sulla Legge di Stabilità e sia sull’emendamento a sostegno della crescita e per la riduzione del debito pubblico. Lo riferiscono fonti dell’esecutivo. L’emendamento comincerà il suo iter al Senato tra martedì e mercoledì della prossima settimana e il voto di fiducia dovrebbe tenersi nell’arco di 10-15 giorni. Il governo, che ha finora superato tutti i voti di fiducia, gode al Senato di una maggioranza più forte rispetto alla Camera. Non è al momento chiaro se Berlusconi intenda sottoporsi anche alla fiducia della Camera dove nelle ultime ore aumentano le defezioni tra le fila dei deputati del Pdl.
Berlusconi ha anche informato i leader di Francia, Germania, Spagna e i rappresentanti dell’Ue che intende avviare a breve una trattativa con i sindacati per la riforma del lavoro e con l’Unione europea “per accelerare l’uso dei fondi europei”. Il mini vertice dell’eurogruppo è stata l’occasione per confermare l’impegno al pareggio di bilancio entro il 2013 e illustrare i contenuti dell’emendamento approvato dal Consiglio dei ministri ieri sera.
L’emendamento prevede un piano di vendita dei beni dello Stato e degli enti locali, ma non specifica l’ammontare annuo che nella lettera di intenti inviata all’Ue era indicato in 5 miliardi l’anno, ha detto la fonte. Inoltre, nell’emendamento “viene ribadito il concetto politico di innalzare l’età di pensionamento a 67 anni entro il 2026″.
Altre misure riguardano la liberalizzazione dei servizi pubblici locali con la possibilità degli enti locali di cedere le aziende municipalizzate ad eccezione di quelle idriche, la deregulation delle imprese per la realizzazione delle infrastrutture.
“In questo modo l’Italia rispetta i suoi impegni e contribuisce al comune progetto di gestione della crisi finanziaria in atto”, ha commentato Berlusconi davanti ai suoi colleghi.

fonte: Avvenire.it
Di Giovanni Grasso

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Sprofondano le borse, Milano -6,8%. Sfiducia sul debito, spread record a 440

mercoledì 2 novembre 2011

Alla fine è successo esattamente quello che si temeva. La Grecia affonda, l’Europa si scopre vulnerabile e l’Italia finisce per pagare il prezzo più alto di tutti. I segnali, a saperli leggere, c’erano già nel marasma finanziario di questa estate che aveva sottolineato da subito ciò che oggi appare evidente. L’Europa sconta una preoccupante serie di problemi irrisolti nel suo sistema bancario, ormai veicolo privilegiato per la diffusione della crisi dal comparto della finanza pubblica a tutto il resto del sistema economico. E l’Italia, che raccoglie i cocci della sua giornata nera a Piazza Affari, si ritrova oggi in prima fila in quel processo di progressivo deterioramento della struttura creditizia. Vittima degli eventi e di scelte discutibili.
Unicredit -12,44 per cento, Fondiaria-Sai -11,50, Mps -9,84 e poi ovviamente la più disastrosa di tutte, Intesa Sanpaolo capace di cedere il 15,80 in una sola seduta. Più che un bollettino di guerra sembra la sintesi di una strage senza precedenti. Perché la speculazione gioca il suo ruolo, ma a dominare, ormai, è il cosiddetto panic selling, la corsa alla vendita da parte degli investitori in preda all’angoscia. L’unica consolazione, ammesso che tale possa considerarsi, è data dalla consapevolezza di come i guai siano condivisi. Sul finire delle contrattazioni Parigi segnava un complessivo -4,43 per cento a con l’indice di borsa trascinato sul fondo proprio dai titoli bancari: Credit Agricole faceva registrare una perdita dell’11,43, Bnp Paribas segnava -13,70, mentre le azioni Societé Generale bruciavano il 16,87 del loro valore.
I disastri, insomma, si registrano un po’ ovunque. Eppure il caso italiano è di quelli che fanno riflettere, soprattutto se comparato alle altre esperienze continentali. Tanto per cominciare c’è il fattore Grecia, l’aspetto chiave del tracollo odierno. Le banche francesi sono esposte sul sistema ellenico (titoli di Stato e Securities bancarie) per circa 56 miliardi di euro, una cifra che non ha eguali in Europa. I tedeschi sono coinvolti per 33 miliardi l’Italia appena per 4. Non stupisce dunque che gli istituti francesi paghino oggi un dazio pesantissimo, ma per l’Italia il discorso è diverso. Da noi la crisi greca impatta in modo indiretto. In pratica, se Papandreou decide di far vacillare di sua iniziativa l’accordo Ue, il sistema si destabilizza nel suo complesso, l’ansia da contagio fa schizzare alle stelle gli interessi sui titoli di Stato italiani e le banche della Penisola, le più esposte su Btp e affini, crollano in borsa. Tutto chiaro? Apparentemente sì, ma in realtà il ragionamento non torna. Almeno non del tutto.
A far riflettere, infatti, non sono solo i dati odierni. Basta dare un’occhiata alle performance annuali per capire che in realtà il problema è più complesso. I guai seri, per i titoli di Stato italiani, sono iniziati a giugno quando gli interessi hanno preso a salire e lo spread si è aperto di conseguenza. Eppure i cali in borsa erano iniziati ben prima. Nel corso dell’ultimo anno, ha ricordato oggi il quotidiano online Linkiesta, Intesa Sanpaolo ha bruciato il 45,5 per cento del suo valore in borsa, UniCredit il 54,7, Monte dei Paschi il 62,6, Banco Popolare il 64,18, Banca Popolare di Milanoil 61,63. E le cose non andavano meglio nemmeno l’anno scorso. Nel dicembre 2010, evidenziava Bloomberg, il titolo Unicredit scambiato a Piazza Affari aveva ceduto il 26 per cento del suo valore nello spazio di 12 mesi, a fronte del -32 per cento di Intesa e del -28 di Monte dei Paschi. Nel medesimo periodo, l’indice di riferimento preso in esame dalla stessa agenzia, il Bloomberg Europe Banks and Financial Services Index, aveva perso solo il 7,3.
Difficile valutare i reali motivi dietro al costante calo di prezzo, in realtà si potrebbe semplicemente dire, per quanto la cosa sia tautologica, che il mercato non ha avuto fiducia. Ma qui, tuttavia, è opportuno fare una considerazione. Prendiamo il caso di Unicredit: la banca ha chiuso il primo semestre con 1,3 miliardi di utile netto eppure il mercato a continuato a vendere al punto di provocare l’uscita dell’istituto di Piazza Cordusio dall’Eurostoxx 50 (l’indice delle società europee maggiormente capitalizzate). L’ipotesi avanzata da alcuni analisti è più o meno la seguente: quando le vendite sono partite, gli investitori si aspettavano che la banca si impegnasse in una massiccia operazione di buyback (il riacquisto dei propri titoli sul mercato) capace di lanciare un segnale rialzista che bloccasse la caduta del titolo. Ma l’operazione, che avrebbe ovviamente inciso negativamente sul saldo dei dividendi distribuiti agli azionisti (fondazioni in primis), non è mai avvenuta né per Unicredit né per le altre banche. Di fronte al mancato intervento, quindi, il mercato si sarebbe semplicemente limitato a rispondere di conseguenza. Come da sempre è abituato a fare, del resto.

Fonte:il fattoquotidiano.it

 

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