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Archivio della Categoria 'Frodi e giustizia'

Prodotti finanziari, senza la clausola di recesso contratto nullo

sabato 4 febbraio 2012

Più tutele per i risparmiatori “inseguiti” dai promotori finanziari fin dentro a casa o sul luogo di lavoro per strappare loro una firma da cui poi è troppo difficile liberarsi. La vicenda, già nota alla cronache, è quella della vendita al pubblico del prodotto finanziario “4 You”, commercializzato dal Monte dei Paschi di Siena, la cui vendita, da un certo punto in poi, era stata sospesa. L’offerta aprì un forte contenzioso poi in parte risolto attraverso una serie di tavoli di conciliazione, con i clienti assistiti dalle associazioni dei consumatori: e furono migliaia coloro che ottennero risarcimenti parziali o integrali. Evidentemente non era questo il caso sui cui la Suprema corte ha deliberato oggi, sentenza 1585/2012 (si legga il testo sul sito di Guida al diritto ), annullando il contratto sottoscritto da un consumatore di Genova e confermando la condanna della banca a risarcire il risparmiatore di tutte le rate versate dal 2011, oltre agli interessi maturati.

Contratto nullo senza clausola di recesso
Il Monte Paschi condannato sia in primo che secondo grado, infatti, non si era dato per vinto ed aveva portato il cliente fino alla Suprema corte. Anche per gli “ermellini” però il contratto doveva ritenersi nullo perché non conteneva la previsione della facoltà di recesso da parte del sottoscrittore, così come previsto dall’articolo 30 del Testo unico della finanza per le offerte fatte fuori sede. Non era sufficiente, infatti, la presenza della clausola di recesso sul solo prospetto informativo riguardante uno dei tasselli dell’investimento, e cioè il fondo comune, dovendo essere presente su tutti i moduli.

Uno strumento finanziario complesso
Ecco come funzionava il contratto: al cliente veniva erogato, in un’unica soluzione, un finanziamento quindicennale che si impegnava a restituire mediante una serie pagamenti rateali. La somma poi veniva immediatamente investita: in parte in titoli obbligazionari e in parte in quote di un fondo comune. I primi venivano acquistati dalla banca che li deteneva nel proprio portafoglio, i secondi erano sottoscritti dalla banca in nome e per conto del cliente che perciò conferiva un apposito mandato. Mentre la restituzione del prestito era garantita con la costituzione in pegno in favore della banca dei titoli obbligazionari stessi e delle quote del fondo comune detenute dal cliente. A questo fine il risparmiatore doveva anche disporre di un conto corrente e di deposito titoli presso l’istituto. Ma i  quindicennale che si impegnava a restituire mediante una serie pagamenti rateali. La somma poi veniva immediatamente investita: in parte in titoli obbligazionari e in parte in quote di un fondo comune. I primi venivano acquistati dalla banca che li deteneva nel proprio portafoglio, i secondi erano sottoscritti dalla banca in nome e per conto del cliente che perciò conferiva un apposito mandato. Mentre la restituzione del prestito era garantita con la costituzione in pegno in favore della banca dei titoli obbligazionari stessi e delle quote del fondo comune detenute dal cliente. A questo fine il risparmiatore doveva anche disporre di un conto corrente e di deposito titoli presso l’istituto. Ma i rendimenti attesi non arrivavano, da qui il tentativo di sganciarsi da parte dei clienti e il successivo ricorso alla magistratura di fronte alle difficoltà.
Negli anni scorsi il contratto era stato già invalidato per tutta un’altra serie di ragioni: dal conflitto di interessi perché il risparmiatore acquistava, tramite il finanziamento, titoli su cui lo stesso istituto di credito vantava un interesse economico, alla scarsa trasparenza del contratto, fino alla opacità della parte normativa. Ma erano gli anni della bolla, oggi sono tutti più cauti, banche e consumatori, almeno si spera.rendimenti attesi non arrivavano, da qui il tentativo di sganciarsi da parte dei clienti e il successivo ricorso alla magistratura di fronte alle difficoltà.
Negli anni scorsi il contratto era stato già invalidato per tutta un’altra serie di ragioni: dal conflitto di interessi perché il risparmiatore acquistava, tramite il finanziamento, titoli su cui lo stesso istituto di credito vantava un interesse economico, alla scarsa trasparenza del contratto, fino alla opacità della parte normativa. Ma erano gli anni della bolla, oggi sono tutti più cauti, banche e consumatori, almeno si spera.

fonte: sole24ore.it

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Pubblicato nella sezione Comunicati stampa, Frodi e giustizia |

Loghi e suonerie in abbonamento: attenti alla truffa

mercoledì 25 gennaio 2012

Suonerie, loghi e giochi in tv o sul web il primo è gratis poi scatta la truffa e il cellulare resta senza credito. Allora inizia il tentativo di contattare il gestore del servizio per disdire l’abbonamento, ma… nulla! Ogni settimana 7 euro in meno sulla scheda. Come fare allora? A chi rivolgersi e come tutelarsi? Alcuni operatori commerciali infatti in maniera del tutto scorretta e contraria alla tutela del consumatore propongono l’acquisto di loghi, suonerie e altri strumenti senza esporre chiaramente i termini dell’abbonamento che si sta sottoscrivendo.

La pubblicità in televisione

Quante volte è capitato di vedere in televisione delle pubblicità contenenti l’invito ad inviare un sms gratuitamente al numero in sovraimpressione per ricevere in regalo una suoneria o di partecipare a un quiz televisivo telefonando, con la promessa di ricevere dei premi allettanti (telefonini di ultima generazione, lcd, pc, ecc.) per poi scoprirsi abbonati ad un servizio mai richiesto? Il meccanismo dell’abbonamento a luoghi e suonerie è incredibilmente diffuso e ne è dimostrazione il sempre più crescente numero di utenti che attirati dalle pubblicità in questione mandano il famoso sms di conferma pensando di ricevere un regalo. Il fenomeno è prettamente diffuso tra i ragazzi, soprattutto perché i contenuti sono a volte particolarmente simpatici e rivolti ad una fascia di età molto bassa. Le conseguenze di questo acquisto si possono immaginare: in virtù del principio che nessuno ti regala niente ci si ritrova a ricevere settimanalmente suonerie, loghi, sfondi, pagandoli molto salati! Infatti il ricevimento di uno di questi contenuti settimanali può costare anche 6 o 7 euro alla volta e nel giro di poco il credito telefonico viene prosciugato. Le pubblicità in questione sono congegnate in modo che raramente un utente possa rendersi conto dell’effettivo costo che va ad affrontare: infatti le informazioni sui costi si trovano regolarmente sotto la descrizione in caratteri piccoli e con un sistema di scorrimento che non permette la perfetta comprensione delle stesse. La stessa truffa viene perpetrata attraverso alcuni quiz televisivi, con i quali a fronte di quesiti molto semplici e premi allettanti, vengono venduti “sottobanco” abbonamenti a suonerie e servizi web mai richiesti.

 La pubblicità su internet

La truffa chiaramente corre anche sul web. A volte basta cliccare su un link che promette falsamente di fare vincere una suoneria o una ricarica perché scatti l’inganno attraverso dialer, programmi che fanno pagare molto cara la connessione. Lo stesso dicasi per i contenuti scaricati direttamente sul cellulare, dove i costi aumentano di parecchio per via del tempo necessario al download e spesso anche per le dimensioni dei contenuti stessi.

Come tutelarsi

La prima cosa da fare è collegarsi al sito web da cui parte il messaggio promozionale per cercare un riferimento telefonico o una mail tesa a richiedere la disattivazione. Qualora ciò non sia agevole, perché ad esempio un riferimento non c’è, è estremamente utile rivolgersi al Garante per la Concorrenza e il Mercato sul sito www.agcm.it, ove dal 2007 è attivo il numero verde 800.166.661 creato appositamente per segnalare questi abusi. L’autorità sentito il professionista erogante il servizio potrà disporre controlli, richiedere prove e se del caso disporre, in attesa di giudizio la sospensione della pubblicità nei casi più gravi. Aggiungasi che attualmente il Garante sta esaminando una di queste denunce concernenti un operatore molto pubblicizzato per l’invio di suonerie e sfondi. Con la sentenza n. 14879 del 3 giugno 2010, il Tar del Lazio si è pronunciato in merito al ricorso inoltrato contro una trasmissione televisiva che invitava i telespettatori a partecipare ad un quiz, incentivandoli a chiamare ad un numero che aveva di base una tariffa molto superiore ai normali costi telefonici, con cui in realtà gli stessi, ingenuamente acquistavano a caro prezzo suonerie per cellulari. Il Tar ha decretato questa “pubblicità ingannevole”, applicando oltre ai principi comunitari della libera circolazione nel mercato di prestazioni e servizi, anche le norme del codice del Consumo che impongono che la pubblicità in generale sia chiara e percepibile dall’utente, di modo che lo stesso possa immediatamente rendersi conto dell’offerta proposta. La raccomandazione pertanto è la seguente: diffidare dalle pubblicità che con messaggi particolarmente vistosi, propongono regali, suonerie, ricariche, contenuti e verificare sempre, leggendo ogni parte del messaggio pubblicitario, che tipo di offerta si va a sottoscrivere. Il la maggior parte delle volte si tratta di servizio in abbonamento. Gli operatori più onesti lo diranno chiaramente, altri lo celeranno con tecniche visive e pubblicitarie molto efficaci. Infine verificare sempre che, nelle condizioni riportate sia garantita la possibilità di disattivare immediatamente il servizio. Di solito si richiederà di mandare un sms in proposito.

Avv. Carla Trombetta
Fonte: contralegem.it

 

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Pubblicato nella sezione Frodi e giustizia |

Bar fa pagare il cappuccino a peso d’oro ai turisti ma non ha il tariffario: maximulta da mille euro

lunedì 23 gennaio 2012

Quando gli hanno presentato il conto – venticinque euro e 80 centesimi per tre cappuccini e tre brioche – ha pagato senza fiatare. Ma appena uscito dal bar è andato dai vigili urbani e ha denunciato l’episodio. E al proprietario del bar – un locale nei pressi della stazione ferroviaria di Pisa a quanto pare non nuovo a episodi simili – è arrivata una multa da mille euro.
Protagonista della vicenda un turista spagnolo in vacanza in Italia con moglie e figlio. Il malcapitato cliente, trovando il conto spropositato, ha consegnato lo scontrino alla polizia municipale di Pisa. I vigili urbani hanno così fatto visita al locale ed hanno trovato che all’interno non era esposto nessun cartello con i prezzi al pubblico. Così è scattata la sanzione da mille euro.

Fonte: sole24ore.it

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Bankitalia, Tarantola e altri sette indagati sul caso dei titoli tossici

domenica 15 gennaio 2012

La procura di Trani ci prova di nuovo. Dopo l’inchiesta sui prodotti finanziari di Banca 121, poi assorbita dal Monte dei Paschi di Siena, in cui fu indagato e poi prosciolto l’ex governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, sotto la lente di ingrandimento del magistrato Antonio Savasta, finisce ora la vice direttore generale del palazzo di via Nazionale a Roma, Anna Maria Giuseppina Tarantola. Con lei, altri 7 ispettori della Banca d’Italia, tra cui Simonetta Iannotti e il capo Stefano Mieli, coinvolti nell’indagine che ha portato al sequestro dei prodotti finanziari “tossici” messi sul mercato dal Banco di Napoli, oggi nel gruppo Intesa San Paolo, e in un solo caso dal Monte dei Paschi di Siena. “La Banca d’Italia ha svolto gli approfondimenti del caso – trapela dall’istituto centrale – fornendone puntuale informativa all’autorità giudiziaria e alla Consob, sull’operativà dei derivati di tipo ‘swap’ oggetto dell’indagine della Procura di Trani commercializzati dalle banche alle imprese”. Da Via Nazionale “si esprime così la massima fiducia nell’operato della Magistratura e si confida che essa accerterà la piena insussistenza degli addebiti ipotizzati a carico di propri esponenti e dipendenti. L’azione della vigilanza, si rileva, è sempre improntata all’esclusivo perseguimento delle finalità istituzionali, nel pieno rispetto della legge”.
Si tratta dell’altro filone dell’inchiesta che vede 61 funzionari indagati a vario titolo per truffa aggravata ed estorsione. Il riserbo degli inquirenti è strettissimo, la notizia è trapelata da ambienti di Procura e non viene smentita. Secondo quanto si apprende dai verbali, gli ispettori di Bankitalia, nonostante sapessero dei rischi che derivavano dalla commercializzazione dei derivati del tipo “swaps”, avrebbero favorito la loro vendita non segnalando all’autorità competente, la Consob, fatti rilevanti per la loro inibizione o sospensione. Le ispezioni all’esame degli investigatori sono quelle relative agli anni 2006 e 2008 e nell’atto conclusivo la stessa Tarantola, nella sua qualità di direttore centrale per la vigilanza creditizia e finanziaria, scrive: “Questo istituto non ha ravvisato, per i profili di competenza, aspetti di rilievo sanzionatorio amministrativo”. Così facendo, si deduce, gli organi ispettivi non avrebbero impedito l’aggravarsi dei danni che tale attività ha arrecato alla clientela. A riceverne vantaggi, invece, sarebbe stato il Banco di Napoli, del gruppo Intesa San Paolo, alla cui testa, fino allo scorso mese di novembre, c’era l’attuale ministro per lo sviluppo economico, Corrado Passera. La commercializzazione dei derivati, a detta degli investigatori della guardia di finanza e dello stesso capo della procura di Trani Carlo Maria Capristo, in alcuni casi avrebbe gettato sul lastrico gli imprenditori del nord barese convinti di aver sottoscritto contratti di assicurazioni non speculativi.
I contratti sotto accusa sono quelli del tipo “interest rate swap”, tra i più moderni strumenti di finanziamento delle imprese, che così si impegnano a pagare un tasso fisso, ricevendo in cambio un tasso variabile, pagando o incassando la differenza. Tutto questo non accadeva, secondo la guardia di finanza, perché la ventilata copertura dell’eventuale rischio rialzo dei tassi di interesse si rivelava un autentico raggiro e il cliente pagava molto di più rispetto a quanto non incassato dallo scambio. Tra le vittime ci sono aziende agroalimentari, farmacie, calzaturifici, sale ricevimenti, imprese di costruzioni, anche le Terme di Margherita di Savoia e la società di informatica Exprivia di Molfetta, quotata in Borsa. Nei casi più gravi le banche avrebbero eseguito transazioni con i loro clienti.

di GIOVANNI DI BENEDETTO
fonte: repubblica.it

 

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Velocar a Campalto, pronti i primi ricorsi contro le sanzioni. Adico: «Tempi stretti ma motivazioni forti. Utile solo a far cassa»

sabato 14 gennaio 2012

Ci sono solo 30 giorni dalla notifica per ricorrere al Giudice di Pace. Garofolini: «Scarsa informazione. Non si colpiscono i cittadini che non vogliono commettere infrazioni».
Circa 20 persone in 2 settimane, per un totale di oltre 80 multe. Ma i cittadini, quasi tutti residenti nella zona, che si stanno rivolgendo direttamente ad Adico Associazione Difesa Consumatori per ricorrere contro le multe per infrazione del codice della strada rilevata dal Velocar di Campalto, sono solo una piccola parte della moltitudine di residenti che si stanno vedendo notificare decine di sanzioni prese al semaforo del centro di Campalto, all’incrocio tra via Orlanda e via Gobbi/via Passo Campalto, per essere passati con il rosso. In teoria: visto che tutte queste persone in realtà con il rosso si sono fermate, ma per sfortuna loro hanno oltrepassato – magari di pochi centimetri – la riga bianca dello stop con le ruote anteriori. E su questa e altre motivazioni l’ufficio legale di Adico ha impostato i ricorsi al Giudice di Pace, i primi dei quali sono stati depositati proprio ieri.
Scarsa informazione da parte del Comune e degli organi preposti – polizia municipale in primis – ai cittadini; assenza della volontà di commettere l’infrazione amministrativa contestata (cioè il passare con il rosso); buona fede degli automobilisti che anche in condizioni di scarsa visibilità del semaforo (a causa dei mezzi parcheggiati a bordo strada) si arrestano allo stop; linea di arresto arretrata di ben 4 metri da quando è stato installato il Velocar; eccesso di zelo da parte degli agenti rilevatori in confronto alla mancanza di dolo e colpa degli automobilisti. Sono questi i cardini del ricorso contro le contravvenzioni elaborato dagli avvocati dell’Associazione. «A nostro avviso si tratta di sanzioni profondamente ingiuste, non è stata fatta adeguata informazione sull’installazione e sul funzionamento del Velocar e nei ricorsi spieghiamo come il conducente abbia tenuto un comportamento diligente e prudente, a prescindere da quanto si vede nei rilievi fotografici – spiega il legale di Adico, Andrea Campi – ed è importante contestare anche perché al costo di 55,60 euro va aggiunta la decurtazione di 2 punti dalla patente di chi era alla guida: e si rischia di pagare in più una sanzione di ben 280 euro se non si ha la prontezza di comunicare ai vigili il nominativo. Oltre tutto la normativa in materia cambia continuamente e ora ci sono solo 30 giorni di tempo, contro i 60 di una volta, per avanzare ricorso davanti al Giudice di Pace: invitiamo quindi i cittadini a controllare la data di notifica della multa e a venire all’Adico prima possibile, naturalmente senza pagarla, per avviare il ricorso». Importante anche recarsi prima al comando della municipale in via Cappuccina, a Mestre, per chiedere copia della foto che attesta l’infrazione: da quella infatti si evince facilmente se il veicolo è effettivamente transitato con semaforo rosso o se l’auto si è fermata solo poco oltre la riga, quindi in condizioni di sicurezza.
Come ha fatto Marco Nogarin, residente di Campalto, che si è presentato allo sportello di via Volturno con le sue 3 sanzioni e un bel po’ di materiale fotografico che “smaschera” le responsabilità della municipale e quindi del Comune di Venezia. «Da un giorno all’altro la linea dello stop è stata arretrata di ben 4 metri, portandola alla stessa altezza di quella della svolta a sinistra a loro avviso perché così autobus e camion possono girare più agevolmente, e così facendo noi residenti che da sempre eravamo abituati a fermarci più avanti siamo caduti nella prima trappola – racconta Nogarin – e un’implicita ammissione di colpa da parte dei vigili sta nella gestione dello spazio di sosta a tempo che si trova in prossimità dell’incrocio: più volte avevamo segnalato che i camioncini che parcheggiavano là per scaricare ai negozi impedivano la visuale del semaforo, e infatti tanti hanno preso le multe proprio perché dovevano arrivare fin quasi sotto all’impianto per capire se era rosso o verde. Ora infatti hanno messo dei new jersey che impediscono la sosta».
Un sistema che l’Adico Associazione Difesa Consumatori contesta nella sua interezza: «Così come accaduto con gli autovelox di via Orlanda e sul ponte della Libertà o con le Ztl a Mestre centro, la vicenda Velocar dimostra ancora una volta come il Comune di Venezia, spiace dirlo, utilizzi malamente la tecnologia non per fare prevenzione e deterrenza ma per far semplicemente cassa – affonda il presidente Carlo Garofolini – siamo felici di poter assistere i cittadini che si trovano in difficoltà e di cercare giustizia denunciando questi soprusi, ma troviamo avvilente che persone assolutamente in buona fede, che rispettano le regole del codice della strada e che in questo caso hanno solo sbagliato, essendo state tratte in inganno, di qualche centimetro si trovino a dover pagare o a doversi sobbarcare il costo, pur calmierato, e lo stress di un ricorso per un’infrazione che di fatto non hanno commesso. E se è vero che la legge non ammette ignoranza – conclude Garofolini – è anche vero che la pubblica amministrazione dovrebbe dare adeguata informazione, cosa che nemmeno in questo caso è stata fatta».

 

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Via al controllo dei conti correnti ecco il maxi-computer del Fisco

mercoledì 21 dicembre 2011

L’Italia mette in campo l’arma letale nella lotta all’evasione. Il primo gennaio 2012 è il D-Day della guerra contro i furbetti del fisco. Il giorno – così si augura il governo Monti – della svolta. Il segreto bancario non esisterà più. Archiviati i botti di San Silvestro (o quando saranno raggiunti gli accordi con le banche e gli intermediari finanziari) i nostri conti correnti, i titoli che abbiamo in banca e tutte le nostre operazioni sopra i mille euro saranno un libro aperto per l’Erario.
E a rastrellare questi dati per mettere nel mirino chi muove milioni senza dichiarare un centesimo sarà Serpico. Non Frank, l’inflessibile super-poliziotto newyorchese reso immortale da Al Pacino, ma il maxi-cervellone da un milione di miliardi di byte di memoria che ronza 24 ore su 24 nei sotterranei romani della Sogei.
È lui – il Grande fratello dell’Agenzia delle entrate – il jolly del Belpaese per far fare il salto di qualità alla lotta ai furbetti del fisco. Duemila server stipati in meno di duemila metri quadri che conoscono al centesimo tutti i nostri segreti finanziari. Un super-eroe con il cervello di silicio cui è affidata un missione fondamentale per salvare le casse tricolori: quella d’acchiappa-evasori. Obiettivo: utilizzare le 22.200 informazioni al secondo che transitano dai suoi processori per stanare gli italiani che ogni anno sottraggono all’erario qualcosa come 120 miliardi (3mila euro a contribuente), una cifra che da sola basterebbe a pagare gli interessi su tutto il nostro debito pubblico.
Il curriculum vitae di Serpico – acronimo di Servizi per i contribuenti – è già più che onorevole: da cinque anni a questa parte ha dato un contributo sostanziale per raddoppiare da 5 a 11 miliardi le cifre recuperate dall’Erario e smascherare 350mila evasori totali. Ecco come funzionerà l’acchiappa-evasori della Laurentina quando da Capodanno avrà a disposizione il suo nuovo arsenale di dati.
Un tesoro in byte. Visto così, alla prima schermata, Serpico pare una creatura innocua. Qualche campo da riempire, sfondo turchese e due caselle chiave: codice fiscale o partita Iva. Basta digitare uno dei due valori però, e il Grande Fratello del fisco mostra subito i muscoli.
La seconda videata è solo l’antipasto. Nome e cognome del contribuente, più le sue ultime cinque dichiarazioni dei redditi. Un “invio” e si va oltre. Scavando in pochi millesimi di secondo tra tutte le banche dati collegate online con l’Einstein della Sogei (catasto, demanio, motorizzazione, Inps, Inail, dogane, registri) il pc alza il tiro: sul megaschermo appaiono le auto intestate, le case, i terreni, eventuali aerei e barche.
Un altro invio, la schermata vira in blu, e il servizio è completo. Serpico ha scovato tutte le nostre utenze (luce, gas, acqua) le spese voluttuarie più alte e significative, le polizze assicurative, le operazioni per cui ci è stato chiesto il codice fiscale, persino le iscrizioni in palestra o allo Yacht club Costa Smeralda.
La quinta schermata, il bazooka come lo chiamano in Sogei, è figlia del Salva Italia ed è in fase di preparazione. Fotografati i redditi dalla dichiarazione, censiti i principali beni immobiliari, l’occhio del cervellone fotograferà i soldi che teniamo in banca, i movimenti dei nostri conti correnti e le operazioni sopra i mille euro. Le banche e gli intermediari finanziari manderanno una nota periodica e lui elaborerà per segnalare le eventuali anomalie. Una rivoluzione visto che il controllo dei conti correnti era consentito fino ad oggi solo se sul singolo contribuente era già in corso un controllo.
Il faro sui sospetti. Nessun essere umano, naturalmente, è in grado di gestire la valanga di dati che piove ogni giorno nel sotterraneo a due passi dalla Laurentina. Serpico macina quasi 31 milioni di dichiarazioni dei redditi, poco meno di 5 di comunicazioni Iva e quasi un centinaio di migliaia di pagamenti telematici all’anno.
L’Agenzia delle Entrate imposta gli algoritmi applicativi per concentrare la ricerca sulle categorie più a rischio. L’anno scorso è toccato alle finte Onlus e al redditometro, la spia che segnala la disponibilità di beni sproporzionati al reddito percepito.
Il lavoro sporco lo fanno i duemila server (che hanno un po’ di gemelli in Abruzzo per salvare il data-base in caso di problemi): incrociano i dati, verificano le anomalie. E quando individuano il sospetto mandano in automatico un “alert” informatico alla direzione dell’agenzia delle entrate e alla sede provinciale del caso individuato. Con un “bip” del computer il super-ispettore ha già scovato 518 proprietari di aerei e 42mila titolari di barche più lunghe di 10 metri che dichiarano meno di 20mila euro. Tutti finiti ora sotto accertamento.
Il Salva-Italia, ovviamente, moltiplica la sua efficacia. Non tanto sul fronte del numero dei contribuenti passati ai raggi X, quanto rendendo più semplice isolare i casi a rischio evasione grazie alla fotografia in tempo reale dei loro conti correnti, delle loro spese e del loro patrimonio mobiliare.
La palla agli ispettori. La vera novità della manovra, dicono in camera caritatis tutti i super-esperti di fisco, è proprio qui. Nessuno andrà a ficcare il naso nelle tasche dei contribuenti fedeli, ma gli algoritmi di analisi di rischio di Serpico selezioneranno un elenco di presunti colpevoli (si spera) a basso tasso d’errore. Le vecchie lettere del redditometro di qualche anno fa, per dire, avevano incastrato solo 12mila evasori su 75mila cartelle erariali inviate.
Le cose già ora sono migliorate (su 30mila accertamenti con il redditometro nel 2010 ben 12mila si sono conclusi con un patteggiamento dell’interessato). Gli “alert” informatici usciti dai sotterranei della Sogei, dopo l’era delle cartelle pazze, dovrebbero partorire quella delle cartelle intelligenti. E il lavoro dei 15mila ispettori delle Entrate e della Finanza – che nel 2010 ha scovato un evasore all’ora contro uno ogni 71 minuti del 2009 – dovrebbe essere molto più semplice. mirato ed efficace.
Lo stesso discorso vale per Gerico, il software con cui autonomi e partite Iva calcolano la congruità dei loro redditi con gli studi di settore (la media per la loro categoria d’attività). Il timore che l’occhio lungo del fisco possa scoprire dai sotterranei della capitale i capitali evasi potrebbe convincere molti ad aumentare il tasso di fedeltà al fisco. Anche perché il Salva-Italia ha introdotto norme che premiano le dichiarazioni più realiste inasprendo le pene (indagini finanziarie più sanzioni penali) per chi dichiara il falso. E con sul collo il fiato di Serpico – così spera Monti e tutto il paese – non saranno in molti quelli che oseranno sfidare la sorte.

fonte: repubblica.it

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Anziana di Marghera truffata con la scusa di un rimborso in bolletta Adico: «Ecco le nuove frontiere dei furbetti del cambio contratto»

mercoledì 23 novembre 2011

La signora, 78enne e con problemi di salute, ha creduto all’operatrice e ha firmato la richiesta: ma era passare a un altro gestore. La tenacia poi l’ha ripagata.
All’inizio era un fantomatico controllo del contatore, poi si è passati a una non meglio precisata verifica sulla bolletta. Ma oggi la nuova frontiera delle tecniche truffaldine con cui gli operatori del mercato libero di gas, energia e telefono cercano di estorcere nuovi contratti di fornitura ai consumatori è un’altra, e mira a toccare nel vivo uno dei tasti più deboli dell’italiano d’oggi: il portafogli. Come racconta C.N., di Marcon, che si è recata appositamente alla sede Adico di via Volturno 33 a Mestre per denunciare la brutta avventura accaduta all’anziana zia, residente a Marghera. Con una operatrice che, per tentare di estorcerle il passaggio da Enel Energia a Eni, le ha promesso un inesistente rimborso di 60 euro. Le campagne di informazione che invitano gli anziani a prestare molta attenzione a ogni richiesta insolita, però, hanno fatto il loro dovere, e infatti l’anziana è riuscita a bloccare il passaggio di operatore. Ma solo in un secondo momento, e dopo molte notti insonni.
Era la mattina del 12 ottobre scorso, in un condominio di via Calvi a Marghera una giovane trova il cancello aperto e inizia a bussare a ogni porta. Ad aprirle alla fine è una signora di 78 anni: vive da sola, ha problemi di udito e tra l’altro è appena tornata a casa dopo un ricovero in ospedale. Niente di meglio per la scaltra ragazza, che passa subito all’attacco. Come racconta la nipote: «Mia zia non ricorda che si sia presentata, aveva un cartellino appuntato alla maglia ma non è riuscito a vederlo, e così di punto in bianco le ha chiesto se avesse già ricevuto il rimorso di 60 euro da Enel mercato libero, che fatalità è il suo attuale fornitore di gas ed elettricità. Così mia zia ha creduto che la ragazza fosse stata mandata da Enel stessa, e ha risposto di no». Tutto secondo copione. A quel punto l’operatrice chiede alla residente l’ultima bollette e la carta identità per poter inoltrare la richiesta di rimborso: la donna firma, l’operatrice intasca il documento e se ne va senza lasciarle né una copia, né una ricevuta ma solo una vaga promessa: “Nei prossimo giorni verrà contattata da un nostro incaricato che le chiederà conferma”. Di cosa, la zia non ha la prontezza di chiederlo. Una volta che si è chiusa la porta di casa alle spalle, la 78enne però viene assalita dai dubbi: nel 2009 infatti aveva fatto un cambio di operatore, passando da Eni a Enel mercato libero, e inizia a temere di essere caduta nella trappola di una nuova fornitura. «Ha chiamato subito il numero verde di Enel e ha spiegato l’accaduto – racconta ancora la nipote, che si è rivolta all’Adico a suo nome – e l’operatore l’ha rassicurata, garantendole che se fosse arrivata una richiesta di disdetta del contratto non sarebbe stata presa in considerazione, e spiegandole che se anche avesse davvero avuto diritto a un rimborso, di certo non sarebbe stato fatto porta a porta».
E qualche giorno dopo la sgradita visita, la signora di Marghera la telefonata da Eni in effetti l’ha ricevuta, e ha affermato di non voler procedere. Ma i timori non l’hanno abbandonata: aver aperto la porta di casa a una sconosciuta, averle dato le sue bollette e i suoi documenti di identità le facevano temere di poter essere vittima di furti. Così è intervenuta la nipote, che ha chiamato il call center di Eni: e lì la conferma involontaria di tutto l’accaduto: «Ho voluto verificare che non ci fossero pendenze sul vecchio contratto, che naturalmente non c’erano, e alla fine hanno dovuto confermarmi che avevano annullato il nuovo. A quel punto non ci ho visto più perché va bene essere furbi, ma cosí si raggirano le persone facendo leva su un presunto diritto della persona. Non so se l’operatrice ha agito di sua iniziativa o su direttive della società, fatto sta che hanno tenuto una persona anziana senza il sonno per un mese».
Il presidente dell’Adico Carlo Garofolini plaude al comportamento della signora di Marghera, che non ha avuto paura ad andare fino in fondo. E soprattutto ricorda le regole d’oro per evitare di incappare in queste spiacevoli situazioni: «I furbetti che cercano di estorcere cambi di contratto o di operatore ne inventano sempre una di nuova. Quindi la prudenza, soprattutto per gli anziani soli, non deve mai essere troppa. Mai aprire la porta a persone che non si qualificano in maniera chiara ed esaustiva, controllare che abbiano la divisa della società per cui dicono di lavorare e un cartellino di riconoscimento ben visibile – spiega Garofolini – se si hanno dei dubbi, meglio chiedere all’operatore di tornare e fare una telefonata al call center della società per verificare che siano in atto, effettivamente, operazioni porta a porta. Ricordare, comunque, che nessun operatore manda il proprio personale per verifiche su bollette, rettifiche o rimborsi. Mai firmare carte, consegnare le proprie bollette o documenti di identità e mai far entrare in casa sedicenti operatori che non abbiano un’autorizzazione verificabile. Meglio apparire prevenuti che rischiare di essere truffati, o peggio, derubati».

 

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Truffa Italia-programmi.net, pronte all’Adico le lettere di diffida «I consumatori non paghino e non si facciano intimidire»

lunedì 14 novembre 2011

I legali di via Volturno hanno predisposto un modello per i soci vessati dalla Estesa Limited.
Garofolini: «La società deve sospendere i solleciti e attendiamo le sanzioni».
Una truffa corre da mesi sul web, e di vittime ne ha fatte migliaia. Si tratta del sito Italia-programmi.net, portale gestito dalla società Estesa Limited – con sede alle Seychelles – che fino allo scorso settembre spacciava per gratuito il download dalle proprie pagine di software di vario tipo, ma con la scusa della registrazione al sito estorceva agli ignari navigatori la sottoscrizione di un vero e proprio contratto commerciale di durata biennale e del costo di 96 euro l’anno. L’Antitrust ha detto basta a questa condotta scorretta intimando alla società di modificare le informazioni presenti sul sito e di cessare ogni richiesta di pagamento: ma nonostante questo tantissimi consumatori, ancora in questi giorni, si vedono recapitare a casa o via emali solleciti e pure intimidazioni, come la minaccia di ricorrere a società di recupero crediti.
«La risposta che possiamo dare alle decine di persone che hanno chiesto assistenza all’Adico Associazione Difesa Consumatori è la stessa che, nel 2010, abbiamo dato in merito al caso del tutto analogo del sito Easydownload – spiega il presidente dell’Adico Carlo Garofolini – cioè non pagare nulla e ignorare ogni richiesta di pagamento, anche nel caso questa arrivi via raccomandata. Così come allora, è evidente che i termini del contratto risultavano ignoti alla totalità degli utenti, che compilando il form pensavano semplicemente di iscriversi al sito. Le vittime infatti si sono trovate sulle pagine interne del portale passando per link civetta o inserzioni a pagamento sui motori di ricerca e sono state ingannate dalle informazioni presenti su Italia-programmi.net. La società anzi, dopo l’intervento dell’Antitrust, dovrebbe sospendere l’invio di richieste di pagamento: a chi le ha già ricevute consigliamo di rivolgersi al nostro sportello legale per conoscere le modalità della diffida da inviare alla società».
I legali dell’Associazione infatti hanno predisposto una lettera-modello per far cessare ogni pretesa della Estesa Limited nei confronti del singolo utente, che verrà messa a disposizione dei soci intenzionati ad andare fino in fondo in questa vicenda. «Uno dei casi che stiamo gestendo ad esempio riguarda un cittadino che, mentre scaricava l’aggiornamento di un comunissimo programma di messaggistica web, è stato tratto in errore sulla procedura da seguire nel momento in cui, sulla schermata, è comparso il link che l’ha quindi condotto al sito incriminato – spiegano dall’ufficio legale di via Volturno – ma il punto cruciale è che nessun contratto è stato posto in essere per volontà dell’assistito, e quindi la richiesta di pagamento risulta infondata».
La società però non demorde, e lo scorso 4 novembre è arrivato all’associato dell’Adico l’ennesimo sollecito di pagamento, con scadenza 21 novembre e pure un addebito ulteriore di 8,5 euro per “spese di sollecito”. “Dopo questo termine di pagamento ci vedremo purtroppo costretti di passare la documentazione al nostro ufficio di recupero crediti – si legge nella lettera recapita a casa del consumatore – Per evitare delle spese alte di recupero, per avvocato, tribunale e processo, La preghiamo di prendere quest’obbligo di pagamento sul serio”. Ma la linea dei legali di via Volturno non cambia: non si deve pagare, e si confida che arrivino anche le sanzioni per la società con sede alle Seychelles.
Ma quali sono i passi precedenti della vicenda? A fine luglio 2011, in seguito a diversi esposti-denuncia e dopo una fase istruttoria, l’Antitrust ha aperto un procedimento per condotta commerciale scorretta contro Estesa Limited, intimandola a smettere di pubblicizzare sui motori ricerca la fruizione gratuita di software scaricabili da www.italia-programmi.net e a chiarire sul sito che si tratta, invece, di un servizio a pagamento. Inoltre l’Antitrust ha ordinato alla società di cessare ogni richiesta di pagamento a quei consumatori che avevano dichiarato di aver sottoscritto il contratto con l’inganno.
E infatti ora, quando si arriva al form di registrazione sul sito, la dicitura “Crea il tuo account” è stata sostituita da una più veritiera “Crea il tuo account a soli 8 euro al mese”, come protocollato dall’Antitrust il 20 settembre scorso. Ma i successivi interventi di forze dell’ordine e Guardia di finanza comunque non hanno fatto desistere la società dal vessare consumatori ignari e truffati. E anche chi avesse sottoscritto il contratto dopo il 31 agosto 2011, e quindi dopo la comparsa della nuova dicitura, comunque può rivalersi contro la società: la precisazione che si tratta di un contratto a pagamento infatti non è rimasta online costantemente dal momento della prima pubblicazione (molti utenti ad esempio segnalano che compare di fatto solo nelle ore d’ufficio). Altri motivi che rendono debole il contratto sono la mancanza di firma per la sottoscrizione e l’assenza di qualsiasi riferimento a un contratto a pagamento nella mail che viene inviata dopo la compilazione del form di registrazione. Naturalmente entro 10 giorni dalla sottoscrizione si può esercitare il diritto di recesso.
«Invitiamo i consumatori che si trovino in qualche modo inguaiati in questa spiacevole situazione a segnalare tutto all’Adico via mail all’indirizzo info@associazionedifesaconsumatori.it o chiamando la sede al numero 041.5349637 – conclude il presidente dell’Adico Carlo Garofolini – ogni informazione può essere utile per costituire un dossier da consegnare all’Antitrust o alle forze dell’ordine, e l’ufficio legale è a disposizione per risolvere i singoli casi».

 

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Gli perdono il bagaglio e va dal giudice perché dopo un anno non ha ancora ricevuto il rimborso che gli spetta

giovedì 20 ottobre 2011

Gli perdono il bagaglio e va dal giudice perché dopo un anno non ha ancora ricevuto il rimborso che gli spetta. È la storia di G.M., che nel dicembre dello scorso anno aveva preso un volo Alitalia Verona-Lamezia Terme, con scalo a Roma Fiumicino, smarrendo la valigia. Dopo aver inviato una diffida alla compagnia aerea senza successo, è pronto ad esperire le vie legali attraverso Adico, a cui si è rivolto. «Avrei anche accettato l’indennizzo massimo che mi è stato proposto, ma in una telefonata successiva Alitalia ha smentito di avermi accordato questo rimborso – dice G.M. – Non parliamo, poi, del comportamento della compagnia che non solo non ha mai preso l’iniziativa per contattarmi, ma anche si nasconde dietro agli operatori di call center che non danno informazioni precise e sono sempre diversi ad ogni telefonata, costringendoa rispiegare sempre tutto da zero». Adico ricorda i diritti dei passeggeri in caso di perdita del bagaglio. «Al termine del viaggio aereo bisogna recarsi subito all’ufficio oggetti smarrito per sporgere denuncia muniti di biglietto, ricevuta consegnata al momento del check in e del modulo Passenger irregulary report con le relative caratteristiche: marca, modello, dimensioni e colore – spiega il presidente Carlo Garofolini – Dopo 21 giorni la valigia è considerata persa e si rende necessario il reclamo in forma scritta con raccomandata con ricevuta di ritorno in cui vanno quantificate le perdite subite: il massimo indennizzo previsto è di 1.167 euro, salvo che sia aumentato in virtù della dichiarazione di valore da fare al momento del check in, su un apposito modulo e previo pagamento di una tariffa aggiuntiva».

Fonte: il Gazzettino
di Alvise Sperandio

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In taxi da Verona a Venezia per colpa del vulcano, c’è il risarcimento vittoria di Adico contro Alpitour: «La tenacia a volte paga»

giovedì 13 ottobre 2011

L.P., penasionato mestrino, di ritorno dall’Egitto è stato deviato su Roma ma da lì niente bus per il Marco Polo. L’assicurazione del tour operator paga 1.500 euro di danni
L’eruzione del vulcano Eyjafjallajökul gli aveva “regalato” qualche giorno in più di vacanza sul Mar Rosso, ma il tour operator alla fine l’aveva rovinata costringendolo a sobbarcarsi prima un viaggio in bus da Roma a Verona, e poi a pagarsi un taxi da qui a Venezia. Un anno e mezzo dopo, però, giustizia è stata fatta: e grazie all’intervento dell’Adico il signor L.P., pensionato mestrino, ha ottenuto da Alpitour non solo il rimborso della spesa, ma pure un risarcimento danni da 1.500 euro.

Il consumatore veneziano si era rivolto allo sportello di via Volturno nel maggio 2010, poco dopo essere tornato da Sharm El Sheikh. «Avevo acquistato in un’agenzia di viaggi di Mestre un pacchetto turistico all inclusive dall’11 al 18 aprile, per me, mia moglie, nostro figlio e due nipoti, con partenza da Venezia – racconta L.P. – ma a causa dell’eruzione del vulcano il traffico aereo verso l’Italia è stato bloccato dal 17 aprile, e noi siamo rimasti in Egitto fino al 20». Fin qui tutto bene: i 2 giorni in più infatti sono stati a carico di Alpitour come disposto dai regolamenti europei in materia di cancellazione dei voli per cause di forza maggiore. I problemi sono sorti con il volo di rientro: «Il 20 di fatto ci hanno messo alla porta, facendoci volare non su Venezia ma su Roma garantendoci che lì avremmo trovato un collegamento per il Marco Polo – ricorda ancora il socio dell’Adico – invece quando siamo arrivati a Fiumicino abbiamo scoperto che i 3 pullman portavano a Bergamo, Bologna e Verona. Erano le 11 di sera, viaggiavamo con due bambini molto piccoli quindi è immaginabile il nostro disagio. Alla fine non avendo scelta siamo saliti sulla navetta per Verona ma è stato un viaggio allucinante. Ci hanno abbandonati a noi stessi e per tornare a Mestre non abbiamo avuto altra scelta che prendere un taxi». Con un esborso non previsto di 170 euro.

L’ufficio legale dell’Adico quindi ha provveduto a inviare una lettera di diffida alla Alpitour Italia e all’agenzia di viaggi. In prima battuta il tour operator ha risposto picche, affermando che il taxi doveva essere rimborsato dalla compagnia area, a cui spetta la responsabilità di condurre i propri passeggeri alla destinazione finale, intesa come quella indicata nel biglietto. Ma di fronte alla citazione in giudizio e per evitare l’azione legale, Alpitour attraverso la propria compagnia assicurativa ha ritenuto di risarcire L.P. con ben 1.500 euro per responsabilità civile diversa verso terzi. «La vicenda di questo associato è esemplare perché mostra come crederci e andare fino in fondo per far valere i propri diritti alcune volte, per fortuna, paghi – commenta il presidente dell’Adico Carlo Garofolini – e la forza di un’associazione come questa sta anche nel poter offrire un’assistenza legale qualificata alla portata di tutti, soprattutto di chi non varcherebbe la porta di uno studio legale privato».

 

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