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Archivio della Categoria 'Politica e Società'

Scioperano i medici di base. Governo convoca tassisti e notai

domenica 15 gennaio 2012

Diverse categorie professionali sono sul piede di guerra contro gli effetti della manovra “salva Italia” sulla previdenza e contro il recente decreto sulle liberalizzazioni. In particolare, i medici di base hanno proclamato due giorni di sciopero in febbraio, mentre i tassisti minacciano la serrata per il 23 gennaio.
MEDICI. I medici di famiglia della Fimmg sono pronti a dare battaglia contro gli effetti della manovra “salva-Italia” sulla categoria, in particolare sulla cassa previdenziale dei camici bianchi, l’Enpam. Quattro i giorni di sciopero decisi per il mese prossimo: il 10 e il 13 febbraio l’astensione dal lavoro riguarderà i medici di famiglia, l’11 e il 12 febbraio si fermeranno la guardia medica e l’emergenza 118. Lo ha deciso il Consiglio nazionale del sindacato. Chiusi dunque gli studi medici: saranno effettuate solo le prestazioni indispensabili.
TASSISTI. Il governo ha convocato i rappresentanti di tutte le 22 sigle sindacali dei tassisti per martedì 17 gennaio, alle 18, a Palazzo Chigi. I tassisti hanno proclamato uno sciopero nazionale per il 23 gennaio per protestare contro gli interventi di liberalizzazione del governo. Proteste e blocchi spontanei si sono verificati in questi giorni in molte città. Nella convocazione di Palazzo Chigi si chiede la presenza di non più di un rappresentante per sigla sindacale.
NOTAI, AVVOCATI, GIORNALISTI. Il guardasigilli Paola Severino ha convocato per lunedì prossimo, 16 gennaio, alle 16.30, presso la sede del Dicastero di via Arenula, gli ordini professionali vigilati dal ministero della Giustizia. Si tratta, si legge in una nota del ministero, dei rappresentanti di 20 ordini: avvocati, ingegneri, geometri, notai e, tra gli altri, giornalisti. Gli avvocati diserteranno le cerimonie di inaugurazione dell’anno giudiziario che si terranno nei distretti di corte d’Appello il prossimo 28 gennaio. Lo ha annunciato il presidente del Consiglio Nazionale Forense, Guido Alpa.

Fonte:avvenire.it

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Benedetto XVI a Monti: lei ha iniziato bene, ma in una situazione è difficile

sabato 14 gennaio 2012

«Lei ha cominciato bene, però in una situazione molto difficile». Così il Pontefice si è rivolto a Mario Monti all’inizio dell’udienza concessa al premier italiano. Il presidente del Consiglio annuisce e Ratzinger sorride e aggiunge a bassa voce: «…quasi insolubile». Monti ha sottolineato che è «importante dare fin dall’inizio un segno di una certa determinazione».
Prima che si concludesse il colloquio privato tra il Papa e Mario Monti, durato 25 minuti, è stata fatta entrare nella biblioteca privata la moglie del premier, signora Elsa. Al termine dell’incontro il premier Mario Monti ha presentato al Papa i membri della delegazione che lo accompagnava. Il primo a stringere la mano al Pontefice è stato il ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata, che ha detto al Pontefice di aver già conosciuto in passato il suo omologo vaticano, monsignor Dominique Mamberti, «con il quale c’è una buona collaborazione». Poi Monti ha presentato a Benedetto XVI i sottosegretari alla presidenza Antonio Catricalà e Enzo Moavero, seguiti dagli altri membri della delegazione.
Poi lo scambio dei regali di rito. Il premier ha donato al Papa dei libri, tra cui un’edizione antica con carte geografiche («anche simbolica», ha commentato Ratzinger) e un suo volume del 1992, «Il governo dell’economia e della moneta. Contributi per un’Italia europea», che, rivolgendosi al Pontefice, ha definito «una riflessione sull’Italia e sull’Europa molto nello spirito del nostro incontro». Benedetto XVI ha invece donato una preziosa penna e un’incisione antica raffigurante la basilica di San Pietro ancora in costruzione, la piazza e i palazzi circostanti. «Preziosa, interessante», è stato l’apprezzamento di Monti.

di Nicoletta Cottone
fonte.sole24ore.it

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Referendum, la Consulta dichiara inammissibili entrambi i quesiti

giovedì 12 gennaio 2012

La Corte costituzionale ha detto no ad entrambi i quesiti per l’abrogazione (parziale e completa) della legge elettorale, il famigerato Porcellum firmato dal leghista Roberto Calderoli nel 2006. I giudici della Consulta chiamati a decidere sull’ammissibilità dei quesiti referendari erano riuniti in camera di consiglio da questa mattina. Dopo l’udienza partecipata a porte chiuse di ieri mattina nella quale sono stati ascoltati i legali rappresentanti del comitato promotore del referendum e i rappresentanti dell’Associazione giuristi democratici, i giudici della Consulta hanno ritenuto di proseguire oggi l’esame delle due questioni loro sottoposte. Con la prima veniva chiesto loro di dichiarare ammissibile il quesito con cui si chiede l’abrogazione totale della legge elettorale studiata dall’ex ministro, che prevede liste bloccate e dunque toglie la facoltà agli elettori di esprimere una preferenza. Il secondo quesito chiedeva di eliminare, ad una ad una, le novità introdotte dalla stessa legge Calderoli alla precedente legge elettorale abrogata nel 2005, il cosiddetto ‘Mattarellum’, secondo un’espressione coniata dal politologo Giovanni Sartori.
Ecco la nota diffusa dalla Consulta al termine dell’udienza: “La Corte costituzionale, in data 12 gennaio 2012, ha dichiarato inammissibili le due richieste di referendum abrogativo riguardanti la legge 21 dicembre 2005, n. 270 (Modifiche alle norme per l’elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica). La sentenza sarà depositata entro i termini previsti dalla legge”. In concreto, il testo della sentenza dovrebbe essere reso disponibile entro il 10 febbraio. Estensore dovrebbe essere il giudice Sabino Cassese, che già ieri aveva svolto una relazione introduttiva in camera di consiglio.
I ‘boatos’ parlamentari avevano preannunciato la bocciatura di entrambi i quesiti, accompagnata forse da una sollecitazione rivolta dalla Corte alle Camere a riformare il Porcellum di cui si avrà traccia quando verrà reso pubblico il dispositivo della sentenza. Dalle prime indiscrezioni, tuttavia, sembra che i magistrati non abbiano rilevato profili di incostituzionalità nella legge vigente ma che siano intenzionati a sottolineare le necessarie modifiche.

LE REAZIONI

Già ieri, quando nel pomeriggio tra i deputati del Pd si era diffusa la voce di una sentenza di bocciatura il referendario Arturo Parisi aveva invitato alla prudenza: “Aspettiamo. Il rinvio è un buon segno, vuol dire che nella Corte c’è discussione”. Ma così non è andata. E Parisi, dopo l’esito negativo ha dichiarato: “Anche se il prolungamento della camera di consiglio aveva aperto la nostra attesa alla speranza, tutto posso dichiararmi fuorché sorpreso. Noi abbiamo fatto la nostra parte” afferma l’esponente Pd, “continueremo la nostra battaglia per interpretare il milione e duecentomila firme raccolte, in modo diverso in Parlamento e ancor più di prima all’esterno di esso”. Antonio Di Pietro, altro convinto referendario, si era invece dichiarato “preoccupato dal clima”. Oggi il leader dell’Italia dei Valori è stato, se possibile, ancora più esplicito: “E’ uno scempio della democrazia – ha detto – così si rischia il regime. Manca solo l’olio di ricino”. “Una sentenza – ha aggiunto – che serve solo a fare un favore al capo dello Stato”. Altrettanto dura la replica del Quirinale: “Parlare della sentenza odierna della Corte Costituzionale, come qualche esponente politico ha fatto, di ‘una scelta adottata per fare un piacere al Capo dello Stato’ è una insinuazione volgare e del tutto gratuita, che denota solo scorrettezza istituzionale”. Dal Colle in giù, le parole di Di Pietro ricevono le critiche di quasi tutto l’arco parlamentare. Critiche che il Pd Boccia sintetizza parlando di “analfabetismo istituzionale”.
Sul fronte dei referendari, al contrario, tutti i commenti sono in chiave decisamente negativa. Anche Mario Segni parla di “una sentenza politica e non giuridica. La Corte si è fatta spingere da forti pressioni politiche. Vedrò quali motivazioni giuridiche ci possano essere, staremo a vedere. E’ un giorno triste, io sono addolorato perchè questa era una soluzione al problema di quella legge schifosa che è il porcellum. L’Italia ha perso l’occasione per sbarazzarsi di una delle sue peggiori leggi. Tra qualche giorno tutti parleranno di altro”.
In realtà, continuano intanto a ripetere Pdl, Pd e Terzo polo, sfidando chi ritiene che senza la ‘miccia’ referendaria non si farà niente, la legge elettorale verrà in ogni caso riformata. Ma il dialogo si presenta in partenza complicato, se solo si considera lo scontro già emerso tra Pd e Idv. Fa infuriare infatti il partito di Di Pietro la proposta di Enrico Letta di “costituire molto rapidamente un forum” sulla riforma elettorale tra “i partiti della maggioranza”. Leoluca Orlando si appella a Napolitano e tuona: “Vogliono escluderci”. Riecheggiando così una preoccupazione già espressa dalla Lega.
Più ottimista il commento del leader del Pd, Pier Luigi Bersani. “Chi come noi ha dato un aiuto decisivo per la raccolta delle firme non può certo gioire per la sentenza della Corte, tuttavia la rispettiamo. Leggeremo – ha proseguito Bersani – il dispositivo per farci illuminare. Adesso tocca al Parlamento agire. Noi abbiamo già depositato una nostra proposta. Siamo aperti ad una discussione con tutte le forze in un dialogo con la società. Certo è che non possiamo tenerci la legge che abbiamo, perché in una situazione molto grave finiremmo per vedere accresciuto il distacco cittadini-istituzioni”. Bersani ha concluso: “Da domani siamo impegnatissimi a portare a buon fine il processo di riforma della legge elettorale”.
La stessa cosa se la augura anche l’associazione Libertà e Giustizia, anche se i toni sono quelli dell’allarme più che dell’impegno: ”La decisione della Corte costituzionale crea per la prima volta in Italia una situazione di estremo allarme istituzionale. I cittadini delusi e decisi a far valere la loro volontà potrebbero essere indotti a un drammatico sciopero del voto, cioè a non accettare di andare nuovamente alle urne con il Porcellum. Esiste probabilmente una sola possibilità che questo non avvenga, le forze politiche attualmente in Parlamento immediatamente si mettano al lavoro e producano una legge che non stravolga il risultato con abnormi premi di maggioranza. Al lavoro per una legge elettorale, senza cercare di farla dipendere da trattative inevitabilmente lunghe e laboriose sulla riforma della Costituzione. Per i partiti è proprio l’ultima occasione di rifarsi la faccia, di recuperare un po’ di quel rispetto e fiducia che hanno dilapidato in questi anni; si diano subito da fare per varare in parlamento una legge che dia ai cittadini la possibilità di una scelta vera e di un rapporto diretto col candidato da loro eletto”.
Proprio su questo, in serata, è arrivata la nota del Quirinale. Il Presidente della Repubblica Napolitano ha ricevuto il presidente del Senato, Renato Schifani, e il presidente della Camera, Gianfranco Fini, per esaminare – si legge in una nota diffusa dal Quirinale – “le prospettive dell’attività parlamentare, con prioritaria attenzione alle riforme istituzionali, anche nelle loro possibili implicazioni costituzionali. Si è espressa la comune convinzione – si legge ancora – che tocchi alle forze politiche e alle Camere assumere rapidamente iniziative di confronto concreto sui temi da affrontare e sulle soluzioni da concertare. In particolare, alla luce della sentenza emessa dalla Corte Costituzionale nel rigoroso esercizio della propria funzione, è ai partiti e al Parlamento – conclude la nota – che spetta assumere il compito di proporre e adottare modifiche della vigente legge elettorale secondo esigenze largamente avvertite dall’opinione pubblica”.

fonte: il fattoquotidiano.it

 

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Gioco d’azzardo, un business da 86 miliardi (di cui 10 illegali)

martedì 10 gennaio 2012

È la terza impresa del Paese con i suoi 76,1 miliardi di euro di fatturato legale, “cui vanno aggiunti, con una stima sicuramente approssimata per difetto, i 10 miliardi di quello illegale”. A denunciarlo è l’associazione Libera, che al fenomeno ha dedicato un voluminoso dossier dal titolo “Azzardopoli – il paese del gioco d’azzardo. Quando il gioco si fa duro…. le mafie iniziano a giocare”.
In Italia – sostiene l’associazione – si spendono circa 1.260 euro a testa l’anno, neonati compresi, per tentare il colpo che possa cambiare la vita tra videopoker, slot machine, gratta e vinci, sale Bingo. E se i giocatori a rischio sono calcolati in almeno due milioni, 800mila sono le persone dipendenti dal gioco d’azzardo. Una industria sempre in attivo, che non risente della crisi che colpisce il Paese e che non poteva non attirare l’attenzione della criminalità organizzata: sono 41 i clan che gestiscono “i giochi delle mafie” da Chivasso a Caltanissetta, passando per la via Emilia e la capitale. Con i soliti noti seduti al ‘tavolo verdè dai Casalesi ai Mallardo, dai Santapaola ai Condello, dai Mancuso ai Cava, dai Lo Piccolo agli Schiavone. Le mafie sui giochi non vanno mai in tilt e si accreditano ad essere di fatto “l’undicesimo concessionario occulto del Monopolio”.

Rapporto Libera
fonte: avvenire.it

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Istat: 3 giovani “attivi” su 10 senza lavoro. A novembre il tasso più alto dal 2004

venerdì 6 gennaio 2012

In base ai dati provvisori e destagionalizzati dell’Istat il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) a novembre è arrivato al 30,1%, in aumento di 0,9 punti percentuali rispetto a ottobre e di 1,8 punti su base annua. E’ il tasso più alto da gennaio 2004 (quando hanno avuto inizio le serie storiche mensili). Si tratta del dato più clamoroso di quelli contenuti nell’ultimo bollettino redatto dall’istituto di statistica sul lavoro in Italia. Il tasso di disoccupazione in generale a novembre è all’8,6%, in aumento di 0,1 punti percentuali rispetto a ottobre e di 0,4 punti su base annua. E’ il livello più alto da maggio 2010.
A novembre la disoccupazione maschile diminuisce del 3,7% rispetto al mese precedente, mentre aumenta del 6% nei dodici mesi. Il numero di donne disoccupate cresce del 6% rispetto a ottobre e del 5,2% su base annua. Il tasso di disoccupazione maschile (pari al 7,6%) scende di 0,3 punti percentuali nell’ultimo mese e cresce di 0,4 punti nel confronto con l’anno precedente; quello femminile (pari al 9,9%) è in aumento di 0,6 punti percentuali in termini congiunturali e di 0,5 punti rispetto a novembre 2010. Gli uomini inattivi diminuiscono dello 0,3% in confronto al mese precedente e dello 0,6% su base annua. Il numero di donne inattive segna una variazione positiva dello 0,1% nel confronto congiunturale e dello 0,3% nei dodici mesi.
Nel terzo trimestre 2011 il tasso di disoccupazione è stato pari al 7,6%, un decimo di punto in più rispetto al terzo trimestre 2010. Nello stesso periodo il tasso di disoccupazione dei giovani tra i 15 e i 24 anni è aumentato al 26,5% dal 24,7% del terzo trimestre 2010. Continua a crescere la disoccupazione di lunga durata in italia. Nel terzo trimestre del 2011, il tasso di disoccupazione di coloro che cercano lavoro da oltre 12 mesi è salito al 52,6%: si tratta del livello più elevato dal terzo trimestre del 1993 (anno d’inizio delle serie storiche ricostruite).
Nel terzo trimestre del 2011 è continuato a crescere il numero dei dipendenti a termine (+7,6% su base annua, pari a 166.000 unità), un aumento che per circa i due terzi riguarda giovani under 34. Lo rileva l’Istat, aggiungendo che così l’incidenza del lavoro a termine sul totale degli occupati sale al 10,3%.

fonte: repubblica.it

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Lavoro a rischio: aperti 191 tavoli di crisi

giovedì 5 gennaio 2012

C’è una parte d’Italia in cui tutto è fermo. Piani industriali, investimenti, commesse. Il lavoro che non c’è (più) è la grande emergenza di questo inizio di 2012. Così la vera mappa da disegnare non è quella delle grandi opere necessarie alla modernizzazione del Paese, ma quella delle vertenze aperte tra le imprese e i loro dipendenti. Operai, impiegati, a volte dirigenti. Dal 2008 a oggi, ogni anno si apriva con la speranza di una ripresa più forte. Il Capodanno 2012 no. Almeno per i primi sei mesi, la recessione colpirà un po’ ovunque. Secondo i dati comunicati dal ministero dello Sviluppo economico ad Avvenire, sono 191 i tavoli di crisi ufficiali aperti e gestiti, da tre anni a questa parte, presso il dicastero oggi guidato da Corrado Passera. In particolare, dal gennaio scorso ne sono stati inaugurati 97, di cui 17 in amministrazione straordinaria.

Una paralisi trasversale

Sono 30mila i lavoratori degli stabilimenti coinvolti destinati per i prossimi anni a un futuro precario. Non tutti alla fine del confronto tra esecutivo e parti sociali perderanno il posto, ma la somma rischia di essere moltiplicata per dieci, secondo i sindacati, se il «contagio», com’è probabile, dovesse raggiungere anche l’indotto. Le vertenze sono legate a grandi nomi dell’industria italiana come Fiat (la vicenda Irisbus) e Fincantieri, a multinazionali che hanno deciso di chiudere per delocalizzare (è il caso di Nokia e Italtel) ma soprattutto a tante medie imprese che hanno costituito in passato l’ossatura produttiva di questo Paese e ora arrancano. «In Piemonte l’indotto legato all’auto è in grandissima difficoltà» spiega Giorgio Santini, segretario generale aggiunto della Cisl. Ma è solo un esempio: dal caso recentissimo dell’Omsa di Faenza, in realtà «l’ultimo atto di una lunga storia», al «capitolo non risolto della chimica tra Porto Marghera e Porto Torres», non c’è settore che non sia stato toccato dai venti di crisi. Per il governo, i fronti più caldi in questo momento sono relativi ai settori dell’automotive, degli elettrodomestici, della lavorazione dell’alluminio e dei materiali non ferrosi. «Il fatto è che, nel dicembre scorso, le banche hanno fermato l’erogazione del credito – continua Santini –. È una costante trasversale a tutti i settori: si chiudono i rubinetti e partono le ristrutturazioni». «Il problema resta la sottocapitalizzazione delle nostre imprese – concorda Valeria Fedeli, vicesegretario Filctem Cgil, alle spalle diversi tavoli condotti nel settore tessile –. A ciò vanno aggiunti i ritardi nel pagamento dei crediti da parte della pubblica amministrazione».

Gli ammortizzatori sociali? Finiti

L’emergenza di oggi si spiega così, ma le ragioni di un malessere più profondo che si manifesta in cortei pressoché quotidiani, proteste simboliche e presidi a oltranza, ecco tutto questo affonda le radici in un passato un po’ più remoto. «Ora siamo seduti sopra a una specie di bomba a orologeria, che va disinnescata per evitare che nei prossimi mesi esploda tutto – sottolinea Santini – ma se siamo a questo punto è perché tante vertenze si sono cristallizzate negli anni, senza soluzioni. E ora rischiano di marcire».

Che fine faranno i lavoratori che hanno già speso tutti gli ammortizzatori sociali possibili e immaginabili? Dopo la cassa integrazione e l’indennità di disoccupazione, resta solo il licenziamento. «È per questo che tra i nostri iscritti c’è una grande attesa per le mosse del governo» fa notare Fedeli. «Il tema è sempre quello: come rimettere in moto il lavoro, soprattutto in quelle zone d’Italia dove il mercato è davvero depresso». «Il tema-chiave del 2012 sarà quello del reimpiego – continua Santini –. Tanto più che con il blocco delle uscite imposto per un paio d’anni dalla riforma previdenziale, finiranno per mancare 50-100mila posti normalmente prodotti dal sempliceturnover delle aziende». Il percorso è a ostacoli, ma il primo passo da compiere è innanzitutto riaccendere il motore. Altrimenti la mappa del lavoro che non c’è è destinata (purtroppo) ad arricchirsi ulteriormente.

 

Diego Motta
fonte: avvenire.it

 

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Fisco, sorpresa dai controlli a Cortina: villeggianti “poveri” con auto di lusso

mercoledì 4 gennaio 2012

Neve, impianti aperti, luci di un natale appena finito e, a sorpresa, controlli fiscali a tappeto. Così nei giorni di fine anno gli incassi degli esercizi commerciali di Cortina – tra alberghi, bar, ristoranti, gioiellerie, boutique, farmacie, e saloni di bellezza -, “sono lievitati rispetto sia al giorno precedente sia allo stesso periodo del 2010″. A comunicarlo è l’agenzia delle entrate del Veneto, diffondendo i primi risultati dell’operazione di prevenzione dell’evasione condotta nel primo giorno dell’anno. “I ristoranti – sottolinea l’Agenzia – hanno registrato incrementi negli incassi fino al 300% rispetto allo stesso giorno dello scorso anno, i commercianti di beni di lusso fino al 400% rispetto allo stesso giorno dell’anno prima, i bar fino al 40% rispetto allo stesso giorno dello scorso anno (+104% rispetto al giorno prima)”.
Ma i dati più eclatanti arrivano dai controlli incrociati a partire dalle auto di lusso, un sistema che il governo Monti ha annunciato di voler potenziare. A Cortina sono state controllate le dichiarazioni dei redditi dei 133 proprietari di 251 auto di lusso di grossa cilindrata: 42 di queste sono risultate di proprietà di “cittadini che fanno fatica a ‘sbarcare il lunario’”, avendo dichiarato 30mila euro lordi di reddito sia nel 2009 sia nel 2010; altre 16 auto sono risultate intestate a contribuenti che negli ultimi due anni fiscali dichiarato meno di 50 mila euro lordi. Le restanti 118 supercar “analizzate” erano intestate a società: in 19 casi, società che negli ultimi due hanno dichiarato bilanci in perdita; in 37 casi società che hanno dichiarato meno di 50 mila euro lordi.
L’operazione, messa in campo nella celebre località del Cadore lo scorso 30 dicembre, ha impegnato 80 agenti che hanno effettuato controlli in soli 35 esercizi commerciali (su un totale di quasi mille) ed ha portato, dice l’Agenzia veneta delle entrate, “risultati e informazioni utili per il recupero dell’evasione”. Non sono mancati singoli episodi particolari, dichiara l’Agenzia, come quello di un commerciante che “deteneva beni di lusso in conto vendita per più di 1,6 milioni di euro, senza alcun documento fiscale”.
Il blitz aveva suscitato violente polemiche, non solo da parte degli operatori turistici cortinesi. Operazione inaccettabile, “chiaramente ispirata ad una concezione ideologica del controllo fiscale”, l’ha definita il capogruppo del Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto. Sbagliato colpire Cortina anche per Daniela Santanché, habitué della località sciistica. “Sono assolutamente contraria – ha detto l’ex sottosegretario – a questi metodi da polizia fiscale e trovo sbagliato colpire la ricchezza”. Sulla stessa linea anche Maria Stella Gelmini: per l’ex ministro dell’Istruzione l’operazione delle Fiamme Gialle implica “l’idea che la ricchezza sia male”.
L’Agenzia veneta, invece, sottolinea che rientrava nella “normale attività di presidio del territorio di competenza dell’Agenzia delle entrate, svolta non solo in Veneto ma su tutto il territorio nazionale”. Oltretutto, malgrado il numero degli agenti impiegati, “l’esperienza e la professionalità dei funzionari dell’agenzia è tale per cui il controllo è stato effettuato con il minimo intralcio allo svolgimento dell’attività commerciale, evidenziato anche dagli episodi nei quali i funzionari sono stati addirittura scambiati per commessi dalla clientela”.

fonte: la repubblica.it

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Ogni giorno un suicidio fra i disoccupati

mercoledì 4 gennaio 2012

La prima ondata della crisi economica, col suo carico di effetti sul lavoro, ha provocato un suicidio al giorno tra i disoccupati italiani. Il dato tragico è certificato dall’indagine condotta da Eures, istituto di ricerche economiche e sociali, e intitolata brutalmente “Il suicidio in Italia ai tempi della crisi.
Caratteristiche, evoluzioni e tendenze”.
L’indagine ha preso in esame il 2009, l’anno in cui si sono dispiegate le prime ripercussioni della crisi mondiale innescata dal crac Lehman Brothers nella seconda parte del 2008, con il massiccio ricorso alla cassa integrazione, i fallimenti e la chiusura delle aziende più esposte. In quell’anno, secondo la ricerca, in Italia ci sono stati 2.986 suicidi con un aumento del 5,6% rispetto all’anno precedente (2.828 I casi nel 2008) che ha invertito la dinamica decrescente dell’ultimo biennio.
L’incremento registrato ha riguardato sia la popolazione femminile (+1,6%, con 643 casi rispetto ai 631 del 2008), sia soprattutto quella maschile (+5,6%, passando da 2.197 a 2.343). Ciò che, secondo Eures, ha caratterizzato il fenomeno nel 2009 è stata propria la sua forte interdipendenza con la crisi economico-occupazionale. A dirlo sono i numeri: sono stati infatti 357 i suicidi compiuti da disoccupati, con una crescita del 37,3% rispetto ai 260 casi del 2008, nella gran parte dei casi compiuti da persone espulse dal mercato del lavoro (272 in valori assoluti, pari al 76%, a fronte di 85 casi di persone in cerca di prima occupazione).
Un ulteriore indicatore del rapporto diretto tra il boom del fenomeno e la crisi è rappresentato dal numero dei suicidi per ragioni economiche (al di là di quanto sia effettivamente possibile stabilire una lettura univoca del “movente”), che raggiungono proprio nel 2009 il valore più alto degli ultimi decenni (198 casi, con una crescita del 32% rispetto ai 150 casi del 2008 e del 67,8% rispetto ai 118 casi del 2007).
Dal punto di vista sociale, invece, il suicidio si conferma un fenomeno decisamente più diffuso tra le fasce della popolazione anziana, mentre sul fronte della diffusione geografica oltre la metà dei casi sono registrati in una regione del nord (1.600 casi nel 2009, pari al 53,6% del totale), a fronte del 18,8% al centro (561 casi) e del 27,6% al sud (825 casi). Anche in termini relativi il nord conferma i valori più alti, con 5,8 suicidi ogni 100 mila abitanti, a fronte dei 4,8 del centro e dei 4 del sud. Ma è proprio il meridione a registrare nel 2009 la crescita più consistente del fenomeno, con un incremento pari all’11%.
Nell’ultimo anno, invece, sono le cronache a segnalare un aumento dei suicidi tra gli imprenditori. Dopo i casi registrati nel Nord Est, ieri è stato un concessionario d’auto di Catania 1 a togliersi la vita davanti alla prospettiva di dover licenziare dipendenti per salvaguardare l’azienda, mentre oggi la procura di Trani ha aperto un’inchiesta per capire se dietro il suicidio di un imprenditore, avvenuto il 30 dicembre, possa esservi la pressione degli usurai per dei prestiti concessi per far fronte alla crisi dell’azienda.

Fonte: la repubblica.it

 

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Napolitano: l’Italia può e deve farcela. Sacrifici per dare un futuro ai giovani

domenica 1 gennaio 2012

Nessuna retorica. Un discorso di verità. Con quest’animo il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, pronuncia il sesto messaggio alla nazione del suo settennato. Parlando dallo studio alla Palazzina in diretta tv a reti Rai unificate, il capo dello Stato si rivolge agli italiani con le parole gravi della crisi economica che ha colpito l’Italia e l’eurozona, ma non senza ottimismo e fiducia. Perchè è vero che l’emergenza economica può infondere «scoraggiamento», ma è anche vero che nelle celebrazioni per il 150esimo dell’Unità nazionale gli italiani hanno trasmesso «nuovi e più forti motivi di fiducia» nel Paese. E’ da questi che il presidente della Repubblica attinge per lanciare i suoi non facili moniti per il 2012.
La crisi resta «grave», la ricetta è amara. Napolitano avverte che «nessun gruppo sociale» può sottrarsi ai sacrifici, che insieme ad una cura dimagrante per uno Stato che «ha speso troppo», bisogna anche censire e colpire le ricchezze, «posizioni di rendita e privilegio». Bisogna colpire «corruzione ed evasione fiscale». E’ ora di agire insomma con equità e in questo modo i «sacrifici non risulteranno inutili». Ma soprattutto il capo dello Stato raccomanda riforme strutturali. Perchè il mondo è cambiato, sottolinea a più riprese, e questi cambiamenti globali richiedono un ripensamento delle politiche sociali e del lavoro.
Il presidente della Repubblica si concede una parentesi di carattere «personale» per arrivare a lanciare un appello ai «lavoratori e alle loro organizzazioni» sindacali. Ricorda la sua lunga esperienza politica, le visite in fabbrica, gli incontri con gli operai. Sottolinea le difficoltà di chi lavora o di chi è vicino alla pensione mentre si discute ancora di riforma previdenziale. Pesca dal passato periodi difficili come la ricostruzione dopo la liberazione dal nazi-fascismo o il 1977, segnato dal demone dell’inflazione e dal terrorismo brigatista. E’ a queste due prove complesse per il Paese che fa riferimento quando chiede ai sindacati di porsi con lo stesso «slancio costruttivo» dimostrato in quegli anni.
Nessuna chiusura. Napolitano lo chiede anche al governo: «dialogo con forze sociali, rapporto aperto con il Parlamento». Agli italiani, il capo dello Stato spiega la pericolosità di un ritorno anticipato alle urne, con la crisi economica in corso. Da qui, la nascita del governo Monti: è un «merito» per i partiti aver deciso di sostenerlo in Parlamento. E ai partiti parla quando auspica «riforme istituzionali da tempo mature». In modo da arrivare alla prossima legislatura nel segno della democrazia e dell’alternanza.
Non solo sindacati, governo, forze politiche. Il presidente della Repubblica ne ha anche per l’Europa, che, a suo dire, finora non ha risposto in maniera efficace e unitaria alla crisi economica. «Non ci siamo», dice Napolitano: «il bersaglio della crisi è l’Europa e europea deve essere la risposta». Occorrono «risposte solidali» all’attacco in corso sui titoli italiani e dei Paesi più deboli. E a sua volta, l’Italia deve impegnarsi per una maggiore integrazione europea.
Al Paese ora servono «stabilità e serenità», consiglia Napolitano che nel suo discorso cita anche le parole pronunciate da Papa Benedetto XVI nel messaggio Urbi et Orbi prima di Natale. Occorre una «nuova forza motivante», serve avere «fiducia in noi stessi». E’ questo l’augurio agli italiani: trasformare il 2012 in «una grande occasione, un grande banco di prova, per il cambiamento e il nuovo balzo in avanti». Perchè «l’Italia può e deve farcela».

Fonte: lastampa.it

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Retribuzioni a confronto tra Italia e Europa ma la differenza la fanno i maxi-vitalizi

mercoledì 14 dicembre 2011

A Parigi non hanno diaria, dormono in ufficio. A Londra versano i contributi previdenziali, ma per 5 anni di mandato ricevono al massimo 794 euro di vitalizio (contro i nostri 2.486). Ai tedeschi detraggono soldi anche per la malattia. Tutti, hanno indennità di base di molto inferiori a quella italiana, ma servizi più razionali, soprattutto per collaboratori e segreteria. I conti in tasca ai deputati di Italia, Francia, Germania, Gran Bretagna e Parlamento europeo li ha fatti uno studio del Servizio per le competenze parlamentari della Camera già lo scorso 31 marzo. Lì si scopre che la vera differenza la fanno i vitalizi, da noi il triplo che altrove. Intanto, di costi della politica si parla anche all’estero: la commissione Ue taglia funzionari e stipendi per risparmiare un miliardo entro il 2020.

 Camera dei deputati

630 deputati. L’indennità parlamentare è di 11.703,64 euro lordi, che diventano 5.486,58 al netto di ritenute fiscali e previdenziali. Il rimborso spese per il soggiorno è di 4.003 euro. A questa somma vengono detratte 206 euro per ogni giorno di assenza quando si svolgono votazioni elettroniche. I deputati viaggiano gratis in autostrada, treno (prima classe), nave e aereo sul territorio nazionale. Per i trasferimenti in aeroporto c’è un rimborso: da 1.107 a 1.331 euro al mese. In più, 4.190 euro per il rapporto eletto-elettore, utilizzabile per lo stipendio dei collaboratori. 258 per le telefonate. 2.500 (per legislatura) di spese informatiche. Assegno di fine mandato: 46.814 euro per una legislatura, 140.443 per tre. Il vitalizio: 2.486 euro al mese dai 65 anni con un mandato, 4.973 euro dai 60 anni con due, 7.460 euro con tre.

Assemblée nationale

L’Assemblée nationale ha 577 deputati. L’indennità lorda è di 7.100 euro, 5.677 tolte le ritenute previdenziali, ma il netto varia in base all’imposta sul reddito. Alcuni parlamentari hanno a disposizione uffici doppi dove dormire, altri alloggiano in un residence a tariffa agevolata. Possono avere un prestito di 76mila euro al 2 per cento per comprare un appartamento. Libera circolazione ferroviaria, ma solo 40 viaggi aerei pagati fra il collegio e Parigi, e 6 fuori collegio. 6.400 euro al mese per spese relative al mandato. E 9.138 euro per la retribuzione di non più di cinque collaboratori, pagati dal deputato o direttamente dall’assemblea. Non hanno un assegno di fine mandato ma un sussidio di reinserimento, se disoccupati, per al massimo tre anni. Vitalizio di 1.200 euro per un mandato, 2.400 per due.

Bundestag

Il Bundestag ha 620 parlamentari. Indennità lorda di 7.668 euro, il netto varia in base all’imposta sul reddito. Non ci sono ritenute previdenziali. Contributo mensile di 3.984 euro per l’esercizio del mandato, con trattenute da 50 a 100 euro per i giorni di assenza (20 euro per malattia, nessuna trattenuta per maternità o figli malati). Libera circolazione ferroviaria, rimborso dei viaggi aerei nazionali nell’esercizio delle funzioni e con giustificativi di spesa. Tutti hanno un ufficio arredato nei palazzi del Bundestag, e la possibilità di spendere 1.000 euro al mese per gestirlo. Ogni deputato può assumere collaboratori a carico del Parlamento per un massimo di 14.712 euro. Nessun assegno di fine mandato ma un’indennità provvisoria per 18 mesi. Vitalizio a 67 anni, 961 euro lordi per 5 anni, 1.917 per dieci.

House of Commons

L’House of Commons ha 650 membri. L’indennità mensile lorda è di 6.350 euro, il netto varia, così come il contributo previdenziale. Come diaria si può richiedere un rimborso massimo mensile di 1.922 euro, di cui 1.680 per rimborso locazione. Chi preferisce l’albergo può spendere fino a 150 euro a notte. Sono rimborsati gli spostamenti in taxi e metropolitana (taxi solo dopo le 23) e i viaggi per l’esercizio delle funzioni solo in classe economica. 1.232 euro di rimborso per l’ufficio nel collegio, 1.004 euro per le spese. I collaboratori li paga un’agenzia per conto del Parlamento, fino a un massimo di 10.500 euro al mese. Al termine del mandato possono chiedere un rimborso di 47mila euro per spese connesse al completamento delle funzioni. Il vitalizio, dai 65 anni, varia in base ai contributi versati: 530 euro lordi per un mandato con il minimo, 794 euro con il massimo.

Parlamento europeo

Il Parlamento europeo ha 736 deputati. L’indennità netta è di 6.200 euro, l’indennità di soggiorno di 304 euro ogni presenza. Documentandoli, i deputati possono farsi rimborsare i viaggi effettuati per raggiungere le sedi parlamentari. Ci sono anche indennità fisse basate su distanza e durata del viaggio. E 354 euro al mese di rimborso per viaggi al di fuori dello Stato di elezione per motivi diversi dalle riunioni ufficiali. Ci sono 4.299 euro mensili di rimborso spese generali (ufficio, telefono, informatica). E collaboratori pagati dal parlamento per un importo massimo di 19.709 euro. A fine mandato indennità (non cumulabile con pensioni o stipendi) da 6 a 24 mesi. Il vitalizio scatta a 63 anni, 1.392 euro per un mandato, 2.784 per due, 5.569 euro dai 20 anni in poi.

di ANNALISA CUZZOCREA
fonte: la repubblica.it

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