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Archivio della Categoria 'Politica e Società'

Strozzato dai debiti si dà fuoco davanti l’Agenzia delle Entrate

giovedì 29 marzo 2012

Strozzato dai debiti, disperato per la condizione finanziaria della sua piccola ditta artigianale, un uomo si è dato fuoco mercoledì mattina davanti alla sede della Agenzia delle Entrate a Bologna. L’uomo, 58 anni, era all’interno di una vettura parcheggiata davanti agli uffici del fisco. Le fiamme sono divampate attorno alle 8.20. L’uomo è uscito dall’auto parcheggiata in via Nanni Costa, e un passante di nazionalità straniera ha cercato di aiutarlo cercando di spegnere il fuoco con una giacca. Contemporaneamente alcuni passanti hanno chiamato la polizia municipale, impegnata nei pressi in operazioni di viabilità. Dopo un passaggio all’ospedale Maggiore del capoluogo, è stato trasferito al Centro grandi ustionati di Parma. Le sue condizioni sono giudicate gravissime.

LE LETTERE – L’uomo, titolare di un’impresa individuale per la piccola manutenzione nelle case, ha lasciato tre lettere. In una delle missive, indirizzata alla Commissione tributaria, contiene evidenti propositi suicidi e fa riferimento ad alcune pendenze fiscali. Nella lettera l’uomo si sarebbe scusato presentando una serie di giustificazioni. «Una persona molto equilibrata», lo definisce Ermanno Merli, responsabile Cna di Ozzano Emilia, comune della Provincia di Bologna dove da molti anni l’artigiano originario del Casertano si era trasferito, legandosi all’associazione di categoria.

LA TESTIMONIANZA – Un testimone, che ha assistito al fatto dal suo ufficio di via Costa, ha raccontato: «Ho sentito un gran boato, sembrava un incidente, un tubo saltato. Ma affacciandomi alla finestra ho visto l’auto in fiamme, una palla di fuoco. A 25-30 metri i vigili urbani erano accanto a una cosa a terra. Un vigile cercava di spegnerla con il giaccone; sembrava un pezzo dell’auto… poi mi sono accorto che era un uomo».

 

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Bagnasco: “Dare lavoro agli italiani, l’approccio finanziario non basta”

martedì 27 marzo 2012

“Mentre la crisi perdura – dice Bagnasco – chiediamo che sollecitamente si avvii la sospirata fase di ripresa e degli investimenti in grado di creare lavoro, che è la priorità assoluta. L’approccio finanziario, infatti, senza concreti e massicci piani industriali, sarebbe di ben corto respiro”. Dunque, il numero uno dei vescovi, sollecita politiche attive per la crescita: il rigore finanziario da solo non è sostenibile. D’altra parte il presidente della Cei, negli ultimi giorni, ha più volte manifestato sensibilità rispetto al dramma della disoccupazione, visitando diversi stabilimenti e incontrando gruppi di operai.
E in particolare, l’appello del cardinale riguarda i giovani che – dice – “sono indispensabili oggi, non solo domani”. “Eppure – continua Bagnasco – dal mondo degli adulti e dalle loro organizzazioni stenta a emergere una disponibilità al riequilibrio delle risorse che sono in campo. E’ una strana congiuntura quella in cui ci troviamo: i padri, lottando, hanno ottenuto garanzie che oggi appaiono sproporzionate rispetto alle disponibilità riconosciute ai loro figli”. E aggiunge: “Questo Paese non si ama a sufficienza” quando non prende “sul serio le generazioni con maggiore spinta innovativa”.

Lavoro è dignità.
Il presidente dei vescovi non prende posizione sulla riforma dell’articolo 18, come invece aveva fatto – con toni molto critici – nei giorni scorsi monsignor Giancarlo Bregantini, 4presidente della commissione lavoro della Cei. Anzi sembra sottolineare il contrasto tra la precarietà di chi entra oggi nel mondo dell’occupazione e le garanzie di chi, invece, gode di un’occupazione stabile. Gli accenti sono posti soprattutto, da Bagnasco, sulla questione della dignità del lavoro. Per il cardinale, bisogna “azionare tutti gli strumenti e investire tutte le risorse a disposizione – dello Stato, dell’imprenditoria, del credito, della società civile – per dare agli italiani, a cominciare dai giovani, la possibilità di lavorare: non solo per sopravvivere, ma per la loro dignità”. Per Bagnasco, “la globalizzazione è una condizione ineluttabile, con aspetti che – se non governati – possono modificare radicalmente i destini di un popolo. Ma, aggiunge, dobbiamo starci dentro con “la nostra cifra sociale, superando con la necessaria gradualità gli strumenti che sono inadeguati per raggiungere, nelle condizioni date, la soluzione meglio condivisa”. Insomma, sembra di capire, alcune tutele attuali – per il presidente dei vescovi – non sono più sostenibili ma le riforme non possono essere che graduali e devono puntare a un approdo il più possibile condiviso. E non a caso il cardinale invoca una conversione sul fronte del “fisco, di un reddito minimo, di un welfare partecipato, di un credito agibile”. A questo proposito, un monito viene lanciato nei confronti delle banche: “Gli istituti bancari – dice il presidente della Cei – non si chiudano in modo indiscriminato alle richieste di piccoli e medi imprenditori”.

Lotta a corruzione ed evasione.
Come già era accaduto in passato, 5 il numero uno dei vescovi prende una posizione netta contro alcuni endemici mali italiani: in primo luogo corruzione ed evasione fiscale. Parte dal riconoscimento del ruolo finora svolto dal governo Monti. “Con i provvedimenti adottati – dice – è stato portato al sicuro il Paese, facendo proprie pur con qualche adattamento le indicazioni comunitarie”. Ma aggiunge: “Bisogna però che si approfitti il più possibile di questa stagione, in cui si è costretti a dare una nuova forma ai nostri stili di vita: uscire dall’immobilismo; cominciare a fare manutenzione ordinaria del territorio; continuare nella lotta all’evasione fiscale; semplificare realmente alcuni snodi della pubblica amministrazione; dotarsi di strumenti pervasivi e stringenti nel contrasto alla corruzione e al latrocinio della cosa pubblica”.

Valori non negoziabili e pressing sulla politica.
Anche stavolta il numero uno dei vescovi chiede la “promozione dei valori indisponibili della vita umana, specie nei momenti di maggiore fragilità, come l’inizio e la fine. “Quale tranquillità può garantire – dice Bagnasco – uno Stato che permette l’aborto, l’eutanasia, il suicidio assistito?”. E a proposito di fine vita, il presidente della Cei condanna “le tesi scientifiche internazionali che chiedono la sospensioene di nutrizione e idratazione” per i pazienti in stato vegetativo permanente. “Siamo all’inaccettabile rovesciamento – dice il cardinale – di quanto in Italia prevede il disegno di legge che, approvato alla Camera, attende l’auspicabile sì del Senato”. Insomma, una sollecitazione al Parlamento perché dia il via libera al testo voluto dal centrodestra sul testamento biologico.

Bagnasco interviene anche sul divorzio breve che – secondo presidente della Cei – “infragilisce il matrimonio. In una cultura del tutto-provvisorio – dice – l’introduzione di istituti per loro natura consacrino la precarietà affettiva, e a loro volta contribuiscano a diffonderla, non sono un ausilio né alla stabilità dell’amore né alla società stessa”.
Pressing sul legislatore anche su un tema molto diverso, quello del lavoro di domenica. Le parole di Bagnasco rappresentano un netto no ai tentativi di liberalizzazione degli orari dei negozi. “Non possiamo tacere – attacca – il lavoro intrinseco della domenica, giorno nel quale non solo ci si riposa dal lavoro, ma la famiglia si ritrova insieme con ritmi più distesi e partecipa, se credente, alla liturgia del Signore”.

Ici alla Chiesa.
La soluzione trovata dal governo Monti sull’Ici per i beni ecclesiastici 6 è apprezzata dalla Cei. E Bagnasco lo sottolinea in un passaggio del suo discorso: “Siamo lieti – dice – che il tema dell’Ici sui beni ecclesiastici abbia avuto un’evoluzione positiva, arrivando con sollecitudine a un approdo soddisfacente, eliminando le sia pur remote ma possibili zone d’ombra, sottraendo argomenti a polemiche sgradevoli e devianti, fondate talora su vere e proprie menzogne”.

I partiti si rinnovino.
Infine, il presidente della Cei affronta il tema della crisi della politica, invitando “tutti i partiti” a rinnovarsi: “Non hanno alternativa – dice – se vogliono tornare, com’è fisiologico, a essere via ordinaria della politica ed essere pronti, quando sarà, a riassumere direttamente nelle loro mani la guida del Paese”. Insomma, la Chiesa comincia a guardare anche al di là del governo tecnico.

di TIZIANA TESTA
fonte: repubblica.it

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Confcommercio: “Record mondiale di pressione fiscale sui contribuenti in regola”

sabato 24 marzo 2012

”Nel 2012 si raggiungono tre record: il più rapido incremento della pressione fiscale apparente nella storia repubblicana, il massimo storico assoluto in termini di pressione medesima e il massimo mondiale in termini di pressione effettiva sui contribuenti in regola”. Secondo il rapporto sulle “Prospettive economiche dell’Italia nel breve-medio termine” di Confcommerciopresentato al via della due giorni organizzata a Cernobbio, l’Italia è al settimo posto nella graduatoria europea nel 2007 e passa al quinto in quella del 2012, tanto per effetto di un incremento di pressione quanto per il fatto che Danimarca, Svezia, e Belgio riducono la propria pressione. “La storia ci insegna che con poca crescita, scarsa sarà l’incisività delle manovre riguardanti il debito”, sottolinea Confcommercio che aggiunge: “L’onere pro capite del nostro debito pubblico, in termini di effettivo potere d’acquisto che ogni cittadino deve restituire al creditore, è crescente e da 21.500 euro circa del 1990 è arrivato a oltre 31.000 del 2011 (+45,4%)”.
L’aumento dell’aliquota standard Iva dal 21 al 23% ha determinato una contrazione dei consumi per 39 miliardi di euro. Dal primo di ottobre del 2012, al passaggio delle due aliquote dal 12 al 12,5% e dal 23 al 23,5% dal primo di gennaio del 2014, la perdita cumulata di spesa reale ai prezzi del 2011 dovrebbe essere di 38,4 miliardi di euro nel giro del quadriennio 2011-2014, circa l’1% del volume dei consumi in media per ogni anno, con un profilo crescente a causa del cumulo degli effetti delle manovre nel corso del tempo.
Per quanto riguarda il fiscal compact, ovvero l’accordo fiscale, firmato in Europa che vincola al pareggio di bilancio e a un percorso di riduzione del rapporto tra debito e prodotto interno lordo, “è perfettamente compatibile con un progressivo impoverimento degli italiani”. A sostenerlo è Confcommercio che aggiunge anche che, se dopo il triennio 2011-2013 non ci saranno cambiamenti, si rischia “che i sacrifici siano per sempre”.
Inoltre “l’anno in corso rappresenta uno dei momenti peggiori della storia economica italiana come riduzione dei consumi reali: -2,7% rispetto al picco negativo del 1993, che fece segnare -3,0%. In termini di variazione dei consumi reali pro capite, il 2012 appare come l’anno peggiore in assoluto: la riduzione raggiungerebbe il 3,2% contro il 3,1% del 1993”. Secondo Confcommercio, la perdita in termini di consumi reali pro capite è del 7,4%, pari a circa 1.023 euro a testa ai prezzi del 2011, considerando il minimo che dovrebbe essere raggiunto nel 2013 rispetto al massimo assoluto del 2007.
A questo si aggiunge il pil pro capite che “scende sia in assoluto sia in termini relativi” e l’Italia “accumula ritardi nei confronti di tutte o quasi le maggiori economie europee ed extra-europee” osserva Confcommercio. Di fatto, “nei 13 anni che vanno dal 2000 al 2012 abbiamo perso in termini di Pil reale pro capite, il 9% rispetto alla Germania, l’11% rispetto alla Francia, il 22% e il 18% rispettivamente nei confronti della Spagna e del Regno Unito” mostrano i grafici. Divari che “si allargano e il crescente e diffuso senso di insoddisfazione dei cittadini italiani trova riscontro anche in termini di comparazione internazionale. In qualche misura, il pericolo di una progressiva marginalizzazione politica del paese è conseguenza della regressione assoluta e comparativa che subiamo sotto il profilo economico”.

Fonte: il fatto quotidiano.it

 

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Benzina alle stelle, l’auto resta in garage. Così gli italiani riscoprono bus e metrò

giovedì 22 marzo 2012

Con i carburanti ai prezzi massimi di sempre, meglio lasciare l’auto sotto casa. La crisi, il petrolio da record e l’euro debole, ma anche l’inquinamento atmosferico, stanno cambiando le abitudini degli italiani, schiavi di un parco di oltre 35 milioni di veicoli. Una tendenza che sembra inarrestabile e che sta contagiando milioni di automobilisti pentiti. Automobilisti pentiti che, soprattutto nelle grandi città, ormai usano le quattro ruote solo per il fine settimana, per spostamenti rapidi o per quelli strettamente necessari.
Forse non si può ancora parlare di un amore finito. Ma il rapporto degli italiani con l’auto ha iniziato a vacillare con l’inizio della inarrestabile corsa dei prezzi dei carburanti. E così, tra la bici, la camminata, il motorino o il passaggio chiesto ai colleghi, la scelta cade sul mezzo pubblico. Un’alternativa scomoda, certo, ma economica. Al punto che romani, fiorentini, torinesi e milanesi si mettono in fila per acquistare abbonamenti e biglietti con un boom di richieste fino al 30 per cento in più rispetto al 2010.

CROLLANO I CONSUMI DI BENZINA

La prima conferma di questa evoluzione culturale, viene proprio dal crollo verticale dei consumi di benzina e gasolio vicini ormai alla quota psicologica dei 2 euro al litro: nei primi due mesi del 2012, secondo dati dell’Unione petrolifera, il calo cumulato (diesel più verde) rispetto allo stesso periodo del 2011, è stato del 20 per cento. Ogni pieno di carburante, rispetto ad un anno fa, costa, invece, fino a 30 euro in più, pari a circa 120 euro di aggravio mensile che si aggiungono ai costi già proibitivi dell’automobile: dalla Rc auto (costo medio 500 euro l’anno, oltre 40 euro al mese), al bollo, fino alla manutenzione.

L’ABBONAMENTO CONVIENE

Con i carburanti da record risulta così molto più conveniente spendere i 63 centesimi di euro al giorno richiesti per l’abbonamento annuale a Roma dove si può girare in lungo e largo sulla rete pubblica senza lo stress della guida e delle code. Nella Capitale in queste prime settimane del 2012 si registra un incremento del 6% circa delle emissioni. A Milano i titoli mensili (+33%) e quelli annuali (+20%) hanno registrato un vero e proprio boom di acquisti.

Il boom di abbonamenti, registrati nelle grandi città del Centro-nord, sono anche dovuti all’incremento del prezzo del singolo biglietto. I clienti occasionali del trasporto locale, fatti due conti, hanno scelto la convenienza di una tessera valida per dodici mesi invece dell’ormai costoso ticket che quasi ovunque ha toccato quota 1,5 euro. Tutte motivazioni che in tempi di crisi, permettono di invertire il trend della storica disaffezione degli italiani per il trasporto pubblico.

BUS E METRO CRESCONO

Insomma, bus e metro riescono ad aumentare il numero di abbonati ribaltando una tendenza negativa che ha origini lontane. È vero, i mezzi, soprattutto nelle grandi città, spesso sono sporchi, hanno grossi acciacchi, magari non passano alle fermate così spesso come dovrebbero.

A leggere i dati Isfort sulla mobilità nel Paese, nella parte qualità del servizio e soddisfazione del cliente, ci sarebbe da mettersi le mani nei capelli. Ma almeno per utilizzo dei mezzi, le cose vanno meglio: l’uso di bus e metro sul totale dei sistemi adoperati per spostarsi, è cresciuto nel 2011 di un punto e mezzo percentuale contro una pari discesa nella preferenza di auto e moto.

IL CONFRONTO EUROPEO

Automobilisti e motociclisti preferiscono salire su mezzi magari sporchi e non sempre in orario, ma che bene o male raggiungono l’obiettivo ad un prezzo ancora accessibile, che pesa per meno del 2 per cento sui bilanci familiari. Nel confronto con il resto del Continente il costo del biglietto del Sud Europa è assolutamente concorrenziale: a Madrid, come a Milano, Torino e (da giugno) Roma siamo a 1,5 euro mentre nel resto dell’Ue si va da 1,7 euro di Parigi, ai 2,3 di Berlino fino al tetto dei 2,4 euro richiesti a Londra. Improponibile poi il paragone tra gli abbonamenti. Nel nostro Paese si va dai 230 euro annui di Roma ai 300 di Milano fino ai 315 di Torino, contro i 523 di Madrid, i 633 di Parigi, i 695 di Berlino e il record di quasi 1.400 euro di Londra.

LA RIVINCITA DEI MEZZI PUBBLICI

La rincorsa di bus e metro sulle auto comincia nel segno delle donne. Durante il 2011 le automobiliste, più degli uomini, hanno scelto di mettere da parte le quattro ruote (con un meno 1,5 per cento di utilizzo) preferendo il trasporto pubblico locale (l’incremento è dell’1,5 per cento rispetto al 2010).

Le difficoltà delle famiglie e la forte disoccupazione che pesa sugli under30 ha poi convinto molti giovani a cambiare le proprie abitudini e a salire sui mezzi pubblici: la crescita degli utilizzatori in questa fascia è del 4,1 per cento (il 25,6 per cento del totale salito sui mezzi nel corso dello scorso anno sono giovani sotto i 30 anni). Tra gli studenti la percentuale sale al 4,5 (sono più di un terzo del totale) mentre nelle grandi città (quelle con oltre 250mila abitanti) il progresso è stato del 3,7 per cento, un dato che spinge la quota media dei giovani presenti su bus e metro verso il tetto del 30 per cento.
Ma oltre agli autobus c’è chi sceglie di cambiare radicalmente le proprie abitudini. Come i disoccupati. Che mettono da parte moto e bus e si spaccano in due partiti contrapposti: c’è chi va a piedi o in bici (più 1,5% rispetto al 2010) e chi, invece, rinuncia a tutto, ma non alle comodità dell’automobile (più 1,7%).

di LUCIO CILLIS
fonte: repubblica.it

 

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La patologia del gioco affare di Stato

mercoledì 21 marzo 2012

Un bel (trasversale) pezzo di Palazzo sembra mostrare i muscoli perché ci si decida a mettere almeno una toppa ai danni causati dal gioco d’azzardo. E un bel pezzo di governo sembra non voler fare orecchio da mercante. Il ministro per l’Integrazione Andrea Riccardi, ad esempio, ribadisce che bisogna «vietare o almeno limitare la pubblicità dei giochi d’azzardo», aggiungendo che ha appena chiesto al ministro dell’Economia d’«inserire un articolo specifico nel decreto interdirezionale, per evitare che singole patologie, curabili, diventino invece un vasto e drammatico costume sociale». Il suo collega alla Salute, Renato Balduzzi, ammorbidisce un po’ il concetto, che però sta diventando convincimento diffuso nell’esecutivo: «La pubblicità non è qualcosa che si possa proibire, però richiede codici di autolimitazione e regole per impedire che il messaggio, specialmente fra i giovani e le persone fragili, ingeneri speranze che possono poi finire in tragedia».

Nuove regole o clausole. Lo stesso Balduzzi però è andato anche oltre con gli annunci: «So che il ministero dell’Economia sta lavorando per limitare gli spot» e potrebbe farlo «con l’introduzione di regole unilaterali da parte dello Stato o clausole nelle concessioni». Ma anche al suo ministero della Salute, col Viminale, stanno valutando come dare più poteri ai sindaci per intervenire sul numero di slot machine che si moltiplicano.

Nuovo slancio. Così il convegno organizzato ieri dal Terzo Polo, “<+corsivo>A che gioco giochiamo? Un’oscura dipendenza<+tondo>” (tanto affollato da far… chiudere le porte della sala già mezz’ora dopo il suo inizio per capienza raggiunta e superata), ha segnato una specie di spartiacque lungo il tragitto che porterà a nuove misure per arginare un fenomeno sempre più pericolosamente diffuso.

Cinque possibilità. Sul tavolo parlamentare attendono non meno di cinque proposte, alcune bipartisan, insieme alla certezza che ne sortirà qualcosa a breve/medio termine: alzare almeno al 20% l’aliquota di tassazione sulla raccolta da giochi, destinare l’1% della stessa raccolta – cioè circa 140 milioni di euro – a prevenzione, cura e riabilitazione dal gioco d’azzardo patologico (diviso al 33% per lo Stato, 33% per i gestori e 33% sulle vincite), definire i “Livelli essenziali di assistenza” (Lea) delle dipendenze da gioco, destinare ad efficaci campagne di prevenzione la metà di quanto speso dai Monopoli per gli spot che incentivano il gioco e, infine, mutuare su scala nazionale l’esperienza di alcuni comuni che sul loro territorio hanno regolamentato il gioco d’azzardo (definendone orari, luoghi e forme di tutela per minori e fasce deboli).

«Subito via quel video dalle scuole». E se il governo per bocca del ministro Balduzzi sempre ieri ha assicurato che il gioco patologico «sarà inserito nell’aggiornamento dei Lea, in modo da garantire il giusto percorso di prevenzione, cura e riabilitazione», Emanuela Baio (Api) è convinta che «alcune proposte possano essere accolte subito dal governo. Intanto andrebbe rimosso immediatamente un video che sta circolando nelle scuole, stato promosso dai Monopoli, che propone il gioco come opportunità della vita per i giovani». E secondo Paola Binetti (Udc) «il confine tra gioco e dipendenza è sempre più sottile. Giocare è possibile ovunque e in ogni momento. E l’attesa si trasforma in gioco e il gioco può diventare malattia».

 38mila euro l’anno. Ogni giocatore patologico costa circa 38mila euro l’anno, stando allo studio “Social cost of gambling in Germany” del 2008: i costi diretti sono i trattamenti sanitari, la protezione dei giocatori, la prevenzione o altro (come procedimenti legali o crimini legati al gioco), in tutto cioè 3.571 euro stimati. Tra i costi indiretti quelli causati da assenteismo, calo di produttività e disoccupazione.

fonte: avvenire.it

 

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Vita d’agenzia. Quando il lavoro è cercare lavoro

martedì 20 marzo 2012

Monica ha resistito un mese. Aveva 24 anni, una laurea in Scienze dell’educazione e nessuna esperienza. Stagista in un’agenzia del lavoro. La responsabile sbrigava le pratiche da sola senza assegnarle alcuna mansione però le affidava i “colloqui conoscitivi”, il compito più delicato, quindici minuti per conoscere il candidato di turno con il suo bagaglio di studi, esperienze, talenti e passioni. “Non c’erano graduatorie e pescavamo dagli elenchi a caso…”.

“Mi dicevano di fare sempre le stesse domande generiche sul curriculum, io prendevo appunti e salutavo dicendo: ‘La richiameremo’. Quando un’azienda richiedeva una figura specifica proponevamo due-tre candidati tenendo anche conto del ‘profilo caratteriale’: in pratica se la persona parlava molto o era timida, cos’altro potevo valutare? Di colloqui se ne facevano anche trenta al giorno, che in un mese avranno portato a cinque-sei incontri in azienda, di ‘collocati’ non ne ho visto neanche uno”.

Da due anni Monica ha una scuola dove organizza corsi di informatica per adulti che vogliono riqualificarsi e ragazzi in cerca di lavoro. Come Gaia, 26 anni, laureata in Storia dell’arte con il massimo dei voti, da oltre un anno regolare frequentatrice di agenzie interinali. “Mi è capitato di essere convocata dalla stessa azienda anche per cinque colloqui di fila, ognuno in un ufficio diverso e con un diverso esaminatore che ripeteva le solite domande ‘preliminari’. L’ultima volta il direttore mi ha detto che il posto era mio. Ho dovuto richiamare l’agenzia più volte per scoprire di essere stata superata da un candidato che loro non conoscevano. Sempre la stessa storia, la mia impressione è che i colloqui servano solo a fare numero”. La pensa così anche Marzia, 32 anni, un lavoro in nero nell’edilizia. “Ho trovato spesso esaminatori che non sapevano neanche quali mansioni avrei potuto svolgere con i miei titoli. Li ho sentiti deridere persone che telefonavano per conoscere l’esito dei colloqui. Lucrano sulle nostre speranze e ci prendono in giro. Al massimo ti procurano uno stage di tre o sei mesi, in azienda avanzano i soliti intoccabili che ti fanno pure la guerra, poi lo stage finisce e ricomincia il calvario dell’attesa col telefonino sempre acceso. L’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro? Quando mi chiamano per un colloquio mi viene la nausea”.

Per tanti ragazzi la ricerca di un posto qualunque è diventata l’unico lavoro, con ricadute psicologiche pesanti e un tasso di frustrazione troppo alto. Ci sono anche agenzie che funzionano e aziende che assumono, ma quanti di voi si sono ritrovati nelle storie di Monica, Gaia e Marzia? Che prospettive ci sono quando i percorsi d’inserimento nel mondo del lavoro sono così opachi?

di Maria Serena Natale
fonte: il corriere.it

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Redditi, Berlusconi al top. Monti dichiara un milione e mezzo

martedì 20 marzo 2012

E’ ancora Silvio Berlusconi il più ricco del Parlamento. Il premier ha infatti dichiarato lo scorso anno un reddito imponibile di 48.180.792 euro. E’ quanto emerge dalle dichiarazioni patrimoniali dei deputati. Per quanto riguarda beni immobili e mobili l’unica variazione che risulta è l’acquisto di un immobile a Lampedusa il 28 giugno dello scorso anno. Tra le proprietà di Berlusconi risultano due appartamenti uso abitazione a Milano e nella stessa città anche altri tre appartamenti e due box oltre a una comprorietà al 7,46% parti comuni in Milano. Inoltre un immobile a Lesa, un terreno e un immobile ad Antigua. Ed è proprio sulle proprietà nell’isola tropicale che si nota una variazione, giacché nella dichiarazione precedente i terreni erano due. Ci sono poi depositi in gestione patrimoniale presso la Banca popolare di Sondrio, la banca Mps e la banca Arner Italia.

Il premier. Monti ha dichiarato nel 2011 un reddito imponibile per l’anno precedente di 1.513.030 euro e ha pagato 643.773 euro di imposta lorda. Il presidente del Consiglio ha allegato anche i redditi della moglie, la signora Elsa Antonioli: nel 2010 aveva avuto entrate per 20.894 euro. Lunga la lista dei beni dei coniugi Monti. Il premier ha il 40% di un ufficio, due negozi e un deposito a Milano; il 50% di una abitazione

a Bruxelles; il 50% di un’abitazione e due box a Milano; il 50% di un terreno a Varese; il 100% di un’abitazione e un box a Milano; il 100% di nove case e sei box a Varese; il 100% di un negozio con deposito a Varese. Monti ha poi comunicato il possesso di due auto, una Lancia Dedra del 1995 e una Lancia K del 1998. A differenza di quanto reso pubblico con la dichiarazione patrimoniale sul sito del governo, nei documenti presentati in Senato non figurano le partecipazioni societarie. La signora Monti è proprietaria al 10% di un ufficio, due negozi e un deposito a Milano; il 50% di quattro case a Milano; il 50% di due villini con terreno a Novara; il 50% di un’abitazione a Bruxelles; e il 100% di un seminterrato a Milano. La moglie del premier possiede una Lancia Musa del 2009.

Schifani e Fini. Il presidente del Senato, Renato Schifani, è più ricco del presidente della Camera, Gianfranco Fini. La seconda carica dello Stato ha dichiarato un reddito imponibile di 223.939 euro e ha pagato 89.464 euro di imposte. La terza carica dello Stato, invece, ha dichiarato 201.115 euro pagando 79.541 di imposte.

I partiti. Tra i leader della maggioranza il più ricco è il segretario Pdl, Angelino Alfano: il suo reddito imponibile è 169.317 euro. Lo segue il segretario Pd, Pier Luigi Bersani, che dichiara 136.885 euro. Terzo il reddito dichiarato dal centrista Pier Ferdinando Casini, pari a 116.986 euro. Umberto Bossi, invece, dichiara 124.871 euro, inferiore a quello della precedente dichiarazione dei redditi in cui il leader della Lega Nord denunciava 167.957 euro di imponibile. Antonio Di Pietro lo supera visto che dichiara 182.207 euro di imponibile. Un ammontare lievemente superiore a quello dell’anno scorso, quando il fondatore dell’Italia dei Valori dichiarava 176.885 euro. La presidente del Pd Rosi Bindi batte Di Pietro con un reddito dichiarato nel 2011 (per il 2010) di 242.375 euro (183.312 l’anno precedente). Il reddito imponibile dell’ex tesoriere della Margherita Luigi Lusi, al centro del recente scandalo, è di 304.926 euro (l’anno precedente l’imponibile era stato 320.165). E, per restare in tema, viene segnalata la dichiarazione di Claudio Scajola: il reddito denunciato è di 196mila euro ma non risulta proprietario di alcun immobile.

Senatori a vita. Tra i senatori a vita, il più ricco è l’ex presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. Il piú povero é invece Emilio Colombo. Giulio Andreotti ha dichiarato 478.458 euro, pagando tasse per 198.907 euro. Ciampi ha invece dichiarato 691.832 euro, pagando 290.658 euro di tasse. Colombo ha un imponibile di 171.828 euro. Rita Levi Montalcini, invece ha pagato 77.773 euro di tasse, a fronte di un reddito di 196.750 euro. Sergio Pininfarina, infine, ha dichiarato 199.728 euro, con 79.053 euro di imposte.

Gli avvocati. Con 1.751.830 Donato Bruno, esponente del Pdl e presidente della commissione Affari Costituzionali, è l’avvocato più ricco della Camera. Bruno batte Giulia Bongiorno di Fli, presidente della commissione Giustizia di Montecitorio, che ha dichiarato 1.720.936 euro. Sul podio anche il penalista Maurizio Paniz del Pdl: il suo reddito imponibile per il 2011 è di 1.482.270 euro. Decisamente inferiore quello dell’avvocato di Berlusconi, Niccolò Ghedini: 993.901 euro.

fonte: la repubblica.it

 

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Prestiti e rate: secondo Eurispes peggiorata la situazione economica degli italiani

lunedì 19 marzo 2012

Dall’ultima ricerca Eurispes sulle condizioni economiche del Paese si evince che gli italiani denunciano (74,8% del campione) un peggioramento della propria situazione finanziaria durante gli ultimi dodici mesi.
In relazione al fattore età sono i più anziani a testimoniare un’inclinazione della propria condizione economica nel corso dell’ultimo anno oltre la media: 81,5% rispetto al 74,8%. Oltre un quarto del campione (26,2%) ha effettuato una richiesta di prestito bancario negli ultimi tre anni, per rispondere alle esigenze di base. Nelle prime posizioni si trovano il mutuo per l’acquisto della casa (41,9%) e il pagamento di debiti accumulati (33,1%).
Circa la metà delle famiglie italiane (48,5%) è obbligata a far ricorso ai propri risparmi per arrivare a fine mese, e comunque incontra qualche difficoltà (45,7%) a superare la soglia della quarta settimana, addirittura il 27,3% dichiara di non arrivare alla fine del mese.
Più di tre quarti degli intervistati (73,6%) hanno ravvisato una flessione del proprio potere di acquisto avvenuta nel corso del 2011. L’acquisto tramite rateizzazione viene effettuato soprattutto per beni considerati cosiddetti durevoli come elettrodomestici (49,2%), automobile (46,4%), pc e telefonini (25,6%), arredamento per la casa (28,9%), moto e scooter (14,4%).
La necessità di accedere a prestiti e rateizzazioni anche per far fronte a cure mediche evidenzia un aspetto importante e da considerare attentamente nel momento in cui si procede ad un ulteriore alleggerimento della spesa per la sanità pubblica.

 

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Sanità, i tagli pesano sugli italiani. Spesa privata sempre più alta

giovedì 15 marzo 2012

Spesa pubblica sempre meno adeguata ai bisogni sanitari dei cittadini, spesa privata sempre più alta. Il risultato è che i cittadini spendono molto di tasca propria per la salute: 30,6 miliardi di euro, +8% nel periodo di crisi 2007-2010. E’ lo scenario che emerge dalla ricerca del Censis ‘Quale futuro per le risorse in sanita’? Quale sanità dopo i tagli?’, presentata oggi a Roma.
Secondo l’indagine, è stimato in 17 miliardi di euro nel 2015 il gap cumulato totale tra le risorse di cui ci sarebbe bisogno per coprire i bisogni sanitari dei cittadini e i soldi pubblici che presumibilmente il Servizio sanitario nazionale avrà a disposizione. Poche risorse pubbliche rispetto ai bisogni reali, con tagli inevitabili ai servizi.
Emblematico è il caso della spesa per i farmaci, con un taglio del 3,5% della spesa pubblica e un incremento della spesa privata del 10,7% nel triennio 2007-2010. Per le famiglie aumenta il peso dei ticket sui farmaci (a fine anno si supererà di molto il miliardo di euro) e, se non verranno aboliti, arriverà presto la stangata dai ticket su diagnostica, specialistica e pronto soccorso, che unita a quella sui farmaci sarà un nuovo salasso stimabile in 4 miliardi di euro.
Secondo il rapporto, l’aumento della spesa privata non dipende solo dalle recenti manovre di bilancio. “Ci sono settori dalla copertura pubblica da sempre giudicata inadeguata, come l’odontoiatria, con il 95% della spesa a carico dei privati, quasi 12 miliardi di euro l’anno. Al moltiplicarsi dei piccoli disturbi, le persone cercano risposte rapide, molto spesso a spese proprie, per continuare a svolgere le funzioni quotidiane in famiglia e al lavoro”.
Dall’indagine del Censis emerge che sono milioni gli italiani afflitti da piccole patologie: 19,3 milioni soffrono di ricorrenti dolori muscolari, articolari o di altro tipo (1,4 milioni di giovani, con meno di 30 anni, e 7,6 milioni di anziani); 18,7 milioni hanno problemi alla vista (dalla miopia alla presbiopia, all’astigmatismo: 2,4 milioni sono giovani); 10,7 milioni di persone soffrono di allergie (2,3 milioni sono giovani); 10,6 milioni tendono a ingrassare troppo; 9,1 milioni hanno emicranie frequenti; 9 milioni hanno difficoltà a prendere sonno o soffrono di insonnia.
Di fronte ai tanti piccoli disturbi e a sintomi non gravi, il 39% degli italiani consulta subito il medico di base, il 31% tenta di curarsi stando a casa (con riposo, alimentazione corretta, eccetera) e il 15% assume qualche farmaco che in altre occasioni si è rivelato efficace. Un altro esempio di spesa privata è quella per i medicinali non convenzionali, pari a 1,7 miliardi di euro l’anno.
Peggiora la qualità della sanità, soprattutto nelle Regioni dove i tagli sono maggiori. Lo sottolinea la ricerca del Censis, secondo cui per il 31,7% degli italiani il Servizio sanitario della propria Regione è peggiorato negli ultimi due anni (lo pensava il 21,7% nel 2009), per il 55,3% tutto è rimasto uguale a prima, e solo per il 13% c’è stato un miglioramento (ne era convinto il 20,3% nel 2009). I cittadini che parlano di un peggioramento sono il 18,7% in più di quelli che avvertono un miglioramento.
Nel Mezzogiorno (38,5%) e al Centro (34,2%) sono più alte le percentuali di persone che lamentano un peggioramento della sanità. Nelle Regioni con Piano di rientro, più del 38% degli intervistati afferma che la sanità è peggiorata nei due anni precedenti e solo meno dell’8% dichiara che è migliorata (con un saldo tra miglioramento e peggioramento molto negativo, pari a -31%).
Nelle Regioni senza Piani di rientro i cittadini che parlano di un peggioramento sono il 23,3%, mentre per il 19,4% c’è stato un miglioramento. La sanità, rivela il Censis, peggiora dunque nelle Regioni in cui i Piani di rientro hanno imposto controlli rigidi della spesa e tagli a servizi e prestazioni: in queste Regioni si spende meno rispetto al passato, ma per ora non si spende meglio.

fonte.repubblica.it

 

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Il Garante: fisco e intercettazioni, allarme sugli strappi alla privacy

giovedì 15 marzo 2012

Le nuove norme sulla trasparenza amministrativa nei controlli fiscali rappresentano “strappi forti allo Stato di diritto”. Ha preso di mira uno dei cavalli di battaglia del governo Monti, la lotta all’evasione fiscale, il presidente dell’Autorità Garante per la Privacy, Francesco Pizzetti, tracciando al Senato un bilancio dei sette anni di mandato che scadrà ad aprile. Non sono mancate critiche anche al decreto Salva Italia, che ha limitato l’azione dell’organismo nei confronti delle imprese, in una relazione che ha spaziato tra i temi legati a Internet e quelli dell’informazione, per arrivare alle intercettazioni giudiziarie con l’invito ad approvare “una legge equilibrata”, in linea con il presidente del Senato, Renato Schifani, presente all’incontro.
Ma è sul tema caldo dei crescenti poteri dell’Agenzia dell’entrate e di Equitalia che il Garante ha usato i toni più duri. “È proprio dello Stato non democratico pensare che i propri cittadini siano tutti possibili violatori delle leggi”, ha detto Pizzetti, riferendosi alle norme che consentono di acquisire informazioni anche a prescindere dalle indagini e alla “spinta al controllo e all’acquisizione di informazioni sui comportamenti dei cittadini che cresce di giorno in giorno”. “È una fase di emergenza dalla quale uscire al più presto”, ha proseguito, invitando poi, in merito alle proposte per i commercianti non in regola con il fisco, a fare “attenzione alle liste dei buoni e dei cattivi e ai bollini di qualunque colore siano”, perchè “le vie dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni”.
Le critiche alla recente attività normativa non sono finite qui. Pizzetti ha contestato la scelta di ridurre l’applicabilità del codice per la privacy contenuta nel decreto Sviluppo del 13 maggio e nel Salva Italia del 6 dicembre, allo scopo di limitare gli oneri per le aziende. “Finora, noi potevamo assicurare alle imprese un alto livello di protezione. Oggi tutto questo non è più possibile”, ha spiegato, sottolineando “i rischi gravissimi” legati alla perdita o al furto di dati per le aziende, che mantengono “un alto tasso di diffidenza” nei confronti del Garante. Pizzetti, pur riconoscendo la collaborazione del settore pubblico, ha però stigmatizzato “le molte trascuratezze che potrebbero essere evitate” ed invece consentono anche a chi non ne ha diritto di acquisire dati sensibili.
E dopo un monito sul “telemarketing sempre più aggressivo” in seguito alla legge che ha consentito di passare dal consenso espresso al registro delle opposizioni, Pizzetti ha affrontato il tema delle intercettazioni, chiedendo “soluzioni legislative equilibrate e compatibili con tutti i diversi valori in gioco”.
Una linea sposata anche dal presidente da Schifani, secondo il quale è arrivato “il tempo delle decisioni” e dal vicepresidente del Csm, Michele Vietti, anche lui presente all’incontro. Infine un richiamo ai media, sull’informazione spettacolo in particolare per i fatti di cronaca. “La gogna, in qualunque forma, materiale o mediatica che sia – ha detto Pizzetti – è sempre uno strumento pericoloso, anzi pericolosissimo”.

fonte: avvenire.it

 

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