• home
  • chi siamo
  • progetti
  • link
  • sedi
  • iscrizioni
  • segnalazioni
  • contatti

Stai visualizzando gli archivi della categoria Previdenza e Lavoro.

I NOSTRI TEMI

  • Banca
  • Commercio
  • Economia
  • Frodi e giustizia
  • Informazione
  • Liberalizzazioni
  • Politica e Società
  • Previdenza e Lavoro
  • Salute e Alimentazione
  • Soldi e Fisco
  • Turismo

Archivio della Categoria 'Previdenza e Lavoro'

Monti: “Che monotonia il posto fisso. I giovani si abituino a cambiare”

giovedì 2 febbraio 2012

Il posto fisso non esiste e i giovani devono abituarsi a questa idea, ha detto Monti nell’intervista a Matrix: “Tutte le cose che stiamo cercando di fare sono operazioni di ricerca della consapevolezza. I giovani devono abituarsi all’idea che non avranno un posto fisso per tutta la vita. E poi, diciamolo, che monotonia”. Parole destinate a far discutere, pronunciate proprio alla vigilia del tavolo tra governo e parti sociali sul mercato del lavoro 1. Poi il premier ha spiegato: “La finalità principale della riforma è quella di ridurre il terribile apartheid che esiste tra chi per caso o per età è già dentro e chi fa fatica ad entrare”. Frasi tranchant anche sull’articolo 18: “Non è un tabù – ha detto il premier- può essere pernicioso per lo sviluppo dell’Italia e il futuro dei giovani in un certo contesto, ma può essere abbastanza accettabile in un altro contesto”, ha detto. Per Monti è essenziale una “riforma degli ammortizzatori che tuteli il singolo lavoratore quando deve cambiare lavoro, senza legare la tutela del lavoratore a un posto di lavoro che diventa obsoleto”. Per quanto riguarda il confronto, il premier ha detto: ”Sulla riforma del mercato del lavoro è normale che ci sia più dialogo, ma con tempi brevi, da Italia europea”, ricordando che i sindacati ”hanno di fatto accettato la riforma delle pensioni” varata dal governo. ”A dicembre i sindacati hanno fatto tre ore di sciopero – ha proseguito Monti – non è stata una manifestazione di debolezza, bensì di grande maturità”.

Tratto da repubblica.it

Share

Pubblicato nella sezione Previdenza e Lavoro |

Ticket in base al reddito, riduzione per le esenzioni

venerdì 27 gennaio 2012

La sanità riparte da più ticket e meno esenzioni. Con ticket differenziati a seconda del reddito Isee (anche mobiliare e immobiliare) delle famiglie, uniformi in tutta Italia. Ma pagando di più al crescere della tariffa della prestazione sanitaria ricevuta, siano farmaci o visite ed esami specialistici. Limitando le esenzioni per patologia o invalidità alle situazioni più gravi e complesse. Aumentando da 65 a 70 anni l’esenzione per età, e abbassando la soglia di 30mila euro lordi l’anno dell’esenzione per reddito. Ma avrà nuovi ticket sui dispositivi medici, dai prodotti per i diabetici ai pannoloni, dall’ossigeno terapeutico agli alimenti per i celiaci, sempre salvaguardando i redditi più bassi. E ancora: darà un addio graduale a 212 piccoli ospedali con meno di 120 posti letto, da riconvertire in strutture per l’assistenza sul territorio; vedrà la riforma delle cure primarie di medici di famiglia e pediatri, la revisione della mobilità dei pazienti da una regione all’altra e della libera professione dei medici, nuove regole sui piani di rientro nelle regioni in disavanzo.
Eccola la prima ossatura del «Patto per la salute 2013-2015» secondo le Fregioni. Una proposta (si veda www.24oresanita.com) che sarà discussa al prossimo incontro col Governo in una trattativa da concludere entro aprile, altrimenti palazzo Chigi (anzitutto Salute ed Economia) farà da sé. Oggi i governatori dedicheranno un vertice «straordinario» alla partita più calda per loro, la spesa sanitaria che vale in media più del 74% dei conti locali. La voglia dei governatori di non perdere tempo c’è tutta, con l’eccezione delle due Regioni a trazione leghista (Veneto e Piemonte).
Tanto delicata, la partita della sanità, che il documento delle regioni parte proprio dai nodi del fabbisogno e degli investimenti. Mettendo in chiaro che il finanziamento decrescente della spesa per la salute, dopo i tagli della manovra estiva, semina pesanti dubbi sulla tenuta dei livelli di assistenza (i Lea), che giocoforza saranno rivisti. Secondo le regioni dal 2012 al 2014 mancheranno all’appello oltre 9 miliardi. Mentre stimano che per il 2015, ultimo anno del «Patto», il fabbisogno sarà di 121,54 miliardi, 11,75 miliardi più (circa il 10%) del 2012.
La partita sui ticket sarà quella dall’impatto sociale più delicato e pesante per gli italiani. Per il momento le regioni non parlano di compartecipazioni sui ricoveri e neppure della “tassa sui cibi spazzatura” (junk food) per finanziare la costruzione di nuovi ospedali, che però piace a parecchi governatori.
Sui ticket l’obiettivo è di reimpostare «in modo unitario» l’intera struttura delle compartecipazioni su farmaci e specialistica. Secondo queste direttrici: ticket differenziati per situazione economica e crescenti «al crescere della tariffa, ma con incidenza decrescente fino a un tetto massimo per ricetta»; esenzioni diverse per patologia o invalidità limitate «alle situazioni caratterizzate da maggiore severità e complessità»; aumento a 70 anni dell’esenzione per età e riduzione dell’attuale tetto di 30mila euro lordi annui delle esenzioni per reddito. Un’alternativa al taglio delle esenzioni per patologia è di introdurre un tetto annuale massimo al ticket differenziato per situazione economica, con l’obiettivo di garantire maggiormente i casi più gravi. Per la specialistica ci sono ipotesi più dettagliate in altri documenti tecnici, che ipotizzano anche 4 fasce di reddito. Per la socialistica: abolizione del superticket da 10 euro, aumento dell’attuale franchigia (36,15 euro) differenziandola per reddito ed età, regressione della quota nelle esenzioni per patologia, creazione di “pacchetti di prestazioni”. Mentre per i farmaci si ipotizzano ticket legati al prezzo delle singole confezioni, sempre a seconda del reddito e dell’età, con regressione nelle esenzioni per patologia e il mantenimento del sistema di pagamento (prezzo di riferimento) tra generici e farmaci di marca.
Il nodo dell’equità dei ticket andrà sciolto, afferma il documento delle Regioni, superando il criterio cardine attuale del reddito. La stella polare dovrà essere «un criterio che individui la situazione economica degli assistiti» grazie all’Isee, ma con alcune modifiche che definiscano un indicatore più adatto» al suo specifico impiego ai ticket sanitari. In questo senso, si fa esplicito riferimento al «sanitometro» in cantiere nel 1998-99 fondato su un Isee modificato con detrazioni specifiche, ad esempio, per gli ultra 65enni, i bambini fino a 6 anni e i nuclei familiari che includono «persone fragili». Ma tutto questo, evidentemente, andrà costruito nei prossimi due mesi.

Roberto Turno
fonte: sole24ore.it

Share

Pubblicato nella sezione Previdenza e Lavoro |

Lavoro, le linee del governo in cinque capitoli. Uso limitato della cassa integrazione

martedì 24 gennaio 2012

Nella riforma del lavoro allo studio del governo ci sarà, ha anticipato il ministro per il Welfare Elsa Fornero nell’incontro avuto con le parti sociali a palazzo Chigi, «uno schema di reddito minimo», che richiede «risorse ora non individuabili». Per questo e per «ragioni di bilancio lo schema potrebbe essere già individuato in questa riforma ma, per le stesse ragioni, l’applicazione normativa potrebbe essere dilazionata».

GLI AMMORTIZZATORI – Il governo propone anche di riformare il sistema di ammortizzatori sociali puntando su un meccanismo con due possibilità: un sostegno per le crisi temporanee e un altro per chi perde il lavoro. «Servono ammortizzatori che facilitino la ricollocazione dei lavoratori – ha detto Fornero -. Per raggiungere l’obiettivo sarebbe importante un passaggio ad un sistema integrato, basato su due pilastri: uno per la riduzione temporanea dell’attività, l’altro, per il sostegno al reddito di chi abbia perso il lavoro». «Gli ammortizzatori saranno finanziati da contributi come avviene nel sistema assicurativo mentre la fiscalità generale servirà per l’assistenza», ha detto il ministro. La riforma del mercato del lavoro prevederebbe un uso limitatissimo della Cassa integrazione, e solo di quella ordinaria nei casi in cui si possa rapidamente riprendere il lavoro. Tutti gli altri ammortizzatori riguarderebbero interventi dopo il licenziamento con una indennità risarcitorie.

LA PROPOSTA – Il governo ha quindi presentato alle parti sociali un documento in cinque punti per la riforma del mercato del lavoro. Le linee guida del governo per la riforma del mercato del lavoro, illustrate dal ministro Elsa Fornero, sono divise in cinque capitoli: tipologie contrattuali, apprendistato, flessibilità, ammortizzatori sociali e servizi per il lavoro. Il tavolo tra il governo e le parti sociali sul lavoro servirà a migliorare la situazione delle imprese e dei lavoratori. È l’auspicio del premier Mario Monti, che ha esordito dicendo: «Apriamo oggi un cantiere importante». «Voi, forze produttive, avete il mondo dove competere, noi come governo agiamo in Italia e abbiamo un non facilissimo lavoro da condurre in Europa, spero che il maggiore spazio che stiamo creando per le forze produttive del Paese vi aiuti – ha aggiunto – a far sì che quello che verrà fuori dal vostro tavolo serva a migliorare la situazione di imprese e lavoratori ma anche la situazione dell’Italia nella Ue».

NO AL DECRETO – Il premier ha anche rassicurato le parti sociali che non si procederà per decreto sulla riforma del mercato del lavoro ma avverte che «i tempi non possono essere lunghi». Secondo il ministro Fornero, la riforma del mercato del lavoro («una riforma ambiziosa, da fare con un largo consenso») si farà insieme alle parti sociali in tre, quattro settimane, avvalendosi del coordinamento del Governo. «Solo alla fine del confronto – ha aggiunto la Fornero – si potrà parlare di contratto unico». E ha aggiunto: «Occorre un contratto che evolva con l’età dei lavoratori, piuttosto che contratti nazionali specifici che evolvono per tutte le età». E soprattutto «la flessibilità dovrà costare di più». Il governo ha poi proposto alle parti sociali di aprire dei gruppi tematici per lavorare via web alla riforma del mercato del lavoro. I gruppi di lavoro informatici saranno cinque per affrontare gli altrettanti punti proposti dal ministro Fornero nel suo documento. L’input della discussione, avrebbe precisato il ministro, verrà dal governo e poi saranno le parti sociali a rispondere con suggerimenti, indicazioni, critiche sui temi che a loro interessano di più.

LA POSIZIONE DI CONFINDUSTRIA- «Nel breve periodo ci saranno forti ristrutturazioni, quindi per ora miglioriamo quello che abbiamo», ha invece detto il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia. Ha poi aggiunto che «da noi c’è una flessibilità minore che in Germania: noi dobbiamo concentrarci sugli abusi, non dobbiamo toccare l’impianto delle varie forme di flessibilità». Ha ricordato che «il tasso di occupazione italiano prima dei pacchetti Treu-Biagi era al 48%, oggi è al 58%, senza considerare la percentuale di sommerso che è altissima. Attenzione- sottolinea- a ridurre forme di flessibilità in linea con l’Europa». Altra cosa sono gli abusi: lì Confindustria è «in prima linea». Alle parti sociali «piacciono due cose in particolare per favorire l’inserimento dei giovani: l’apprendistato e usare di più le agenzie interinali».

IL DIKTAT DEI SINDACATI – «Non sono linee guida su cui si sviluppa il confronto: vuol dire che non sono state condivise», precisa il leader della Cgil, Susanna Camusso, indicando che non sarà sulla base del documento presentato governo sul mercato del lavoro che si svilupperà una base di discussione. E ha aggiunto: «Le parti sociali al tavolo sono tutte d’accordo sul fatto che non si può superare la cassa integrazione straordinaria», quella tipologia di ammortizzatore sociale, prevista in caso di ristrutturazione, riorganizzazione o riconversione aziendale o a impresa assoggettata a procedura concorsuale di fallimento e liquidazione coatta. E anche Raffaele Bonanni, segretario Cisl, è sembrato piuttosto scettico sull’eventuale riforma degli ammortizzatori sociali: «Gli attuali ammortizzatori possono essere una chance molto importante anche per il futuro». «Con la cassa integrazione in deroga e la cassa integrazione straordinaria abbiamo coperto tutti come mai successo e, per fortuna, l’abbiamo fatto in questo momento di crisi», ha ricordato. «Se c’è da rivedere il loro funzionamento in termini di finanziamento della formazione durante la sosta, anche noi- ha detto Bonanni- siamo favorevoli a una misura drastica per tagliare l’evasione sulla formazione. Ma limitatamene a questo e non su altro».

fonte: corriere.it

Share

Pubblicato nella sezione Previdenza e Lavoro |

Meglio le conoscenze del curriculum così le imprese scelgono il personale

lunedì 26 dicembre 2011

Le imprese per assumere preferiscono affidarsi a conoscenze personali piuttosto che a curriculum, società di lavoro interinale o centri per l’impiego. E’ quanto emerge dall’ultima indagine Excelsior di Unioncamere e ministero del Lavoro, che rileva come nel 2010 oltre sei imprese su dieci per la selezione del personale abbiano fatto ricorso al cosiddetto canale informale, “conoscenza diretta in primo luogo e segnalazioni personali”, attraverso conoscenti o fornitori.

I dati. Soprattutto, fa notare l’indagine Excelsior, rispetto all’anno precedente l’utilizzo del canale informale ha registrato un forte aumento, passando al 61,1% dal 49,7% del 2009. “Il clima economico ancora incerto spinge evidentemente le imprese alla massima cautela nella selezione di nuovi candidati: la conoscenza diretta, magari avvenuta nell’ambito di un precedente periodo di lavoro o di stage, e il rapporto di fiducia da essa scaturito diventano quindi premianti ai fini dell’assunzione”, spiega il rapporto.

Banche dati interne. Nel 2010 è anche cresciuto il ricorso da parte delle imprese a strumenti interni, ovvero alle banche dati costruite dalle stesse aziende sulla base dei curriculum raccolti nel tempo (al 24,6% dal 21,5%), ma la quota resta limitata a poco più di due imprese su dieci. Perdono invece terreno le modalità di reclutamento “tradizionali” (annunci su quotidiani e riviste specializzate), preferite solo nel 2,3% dei casi. Sono pochissime e in diminuzione anche le aziende che utilizzano intermediatori istituzionali, come società di lavoro interinale, di selezione (5,7%) e quelle che si affidano a operatori istituzionali, ovvero ai centri per l’impiego (2,9%).

Le dimensioni contano. Ma se si guarda alla dimensione d’impresa il quadro cambia, dopo i 50 dipendenti le aziende iniziano a fare più affidamento sulle loro banche dati interne, a basarsi sulla “carta”, ovvero sui curriculum. Ecco che, quindi, al crescere della dimensione d’impresa il rapporto diretto del candidato con il datore di lavoro o tramite conoscenti perde importanza. Basti pensare che nelle realtà con più di 500 dipendenti il ricorso al canale informale scende al 10,2%, mentre l’utilizzo di strumenti interni sale al 48,9%.

 Fonte: repubblica.it

Share

Pubblicato nella sezione Previdenza e Lavoro |

Super-addizionale nelle buste paga 2012

sabato 10 dicembre 2011

Con l’ultima versione del decreto «salva-Italia» i contribuenti italiani hanno scoperto che l’addizionale Irpef regionale ha visto salire con effetto sull’anno d’imposta 2011 la propria aliquota di base dallo 0,9% all’1,23 per cento. Oltre a pesare sulla busta paga di lavoratori e pensionati, la misura complica i calcoli da parte di datori di lavoro e case di software, già chiamate a recepire le novità arrivare con tutti gli ultimi provvedimenti in materia fiscale. I tempi stretti potrebbero non essere sufficienti per aggiornare le procedure software già da questo mese, con la conseguenza che i sostituti dovranno riaprire il conguaglio a gennaio o febbraio 2012, come previsto dall’articolo 23 del Dpr 600/1973.
L’aumento dello 0,33% si aggiunge agli aumenti eventualmente deliberati dalle singole Regioni (0,5%) e a quelli obbligati per gli extra-deficit della sanità (0,30%). Molti sostituti hanno già iniziato a elaborare gli stipendi di dicembre e a effettuare i conguagli, altri lo faranno nei prossimi giorni. Per molti, quindi, non sarà possibile riuscire a calcolare le addizionali sulla base delle nuove aliquote.
In realtà l’addizionale non deve essere trattenuta in sede di conguaglio, ma a rate nei mesi da gennaio a novembre del 2012, per cui, per i dipendenti il cui rapporto di lavoro continuerà nel corso del 2012, l’addizionale potrà essere determinata anche nei mesi di gennaio o febbraio. Anche se la prima o la seconda rata sarà di importo inferiore a quella effettivamente dovuta, a rilevare è che entro novembre venga trattenuto e versato l’intero importo dovuto. Per i dipendenti che cessano nel mese di dicembre, invece, se non sarà possibile seguire da subito i nuovi parametri, sarà necessario annotare sul Cud l’obbligo di presentare la dichiarazione dei redditi per versare la differenza.
Sulla busta paga incide però ovviamente anche la riduzione dell’acconto Irpef, dal 99% all’82%, deciso con il Dpcm del 21 novembre. Poiché il sostituto d’imposta, che deve tenerne conto per i lavoratori che si sono avvalsi dell’assistenza fiscale, non ha avuto il tempo per procedere al ricalcolo del secondo acconto, nel mese di dicembre dovrà restituire al dipendente la maggior imposta trattenuta e, quindi, recuperarla nei confronti dell’Erario.
Il sostituto, non disponendo del 730 né del prospetto di liquidazione (730/2), dovrà partire dall’importo degli acconti (primo e secondo) indicati nel 730/4, che complessivamente ammontano al 99% dell’imposta dovuta, e riproprozionarli affinché rappresentino l’82% dell’Irpef totale 2010. In tal modo potrà quantificare l’Irpef da rimborsare, in misura pari alla differenza tra l’acconto del 99% e quello ridotto dell’82%. Contestualmente il sostituto dovrà recuperare nei confronti dell’Erario le stesse somme rimborsate al pensionato.
L’altro elemento da considerare è quello del contributo di solidarietà, che rimane in capo ai contribuenti che dichiarano un reddito lordo complessivo superiore ai 300mila euro all’anno. Le prime versioni del decreto «salva-Italia», infatti, avevano sostituito questo contributo, e quelli a carico di pensionati e dipendenti statali, con un aumento dell’ultima aliquota Irpef, ma nella versione definitiva del testo l’incremento dell’Irpef nazionale non ha trovato spazio e quindi i vecchi contributi sopravvivono. La disciplina di quello relativo ai redditi superiori a 300mila euro lordi all’anno è contenuta nel decreto ministeriale dell’Economia del 21 novembre 2011, che attua quanto previsto dall’articolo 2, comma 2 del Dl 138/2011 per il triennio 2011-2013 (su questo tema si veda anche l’articolo pubblicato qui in basso).

Nevio Bianchi
fonte: sole24ore.it

Share

Pubblicato nella sezione Economia, Previdenza e Lavoro |

Adico: contrari alla riforma delle pensioni. Tagliare i privilegi della casta e della politica

venerdì 2 dicembre 2011

In queste due settimane è stato facile apparire tutti d’accordo, visto che il governo non ha varato ancora alcun provvedimento. Ma la data del 5 dicembre si avvicina e con essa le misure di risanamento e per la crescita, che il premier presenterà al Consiglio dei ministri e che poi saranno presentate in Parlamento.
Mario Monti nel suo discorso programmatico aveva rassicurato: «Le pensioni italiane sono sostenibili», necessitano solo di qualche aggiustamento in nome di una maggiore equità; ma sono bastate le prime indiscrezioni su una rimodulazione dei trattamenti di anzianità e sul blocco della perequazione all’inflazione per ricompattare il fronte sindacale.
La prima “vittima” della nuova riforma sarebbero certamente le pensioni di anzianità. Voci di corridoio vorrebbero che si possa lasciare il lavoro, in anticipo sull’età pensionabile, solo con almeno 41 anni di contributi (oggi 40 anni o sistema delle quote), a partire dall’1 gennaio 2012, che salirebbero entro 4-5 anni a 42 e poi a 43 anni. Obiettivo di questa misura è l’eliminazione del meccanismo delle anzianità, che oggi ha consentito a molte persone di andare in pensione anche molti anni prima dell’età prevista. Parrebbe, quindi, che il sistema delle quote (anni di contributi+età anagrafica) sia destinato ad andare in soffitta forse anche da subito. Ipotesi donne: altro punto “dolente” per chi è in procinto di andare in pensione consiste nella previsione di un innalzamento dell’età pensionabile per le donne del settore privato, da 60 a 65 anni. Per il settore pubblico, il problema è già stato risolto con la riforma precedente, che ha portato a 65 anni l’età per la pensione per le dipendenti pubbliche, già dall’1 gennaio 2012.

A altra certezza, è che a partire dal prossimo mese, tutti i nuovi pensionati andranno in quiescenza con il calcolo “contributivo” pro-rata della loro pensione. Questo significa che verrà superata una volta per tutte la distinzione risalente alla legge Dini del 1995, che consentiva a coloro che alla fine del 1995 risultavano possedere almeno 18 anni di contributi di godere per “tutto” l’importo pensionistico del più favorevole calcolo retributivo. Adesso, invece, il calcolo sarà retributivo solo per gli anni di contributi maturati fino al 31/12/1995, sempre per coloro che ne avessero il diritto secondo la legge Dini, mentre per gli anni successivi al 1995 il calcolo sarà contributivo. La misura è volta a creare anche una maggiore equità di trattamento tra tutti i pensionati.
Infine, quasi certo anche l’aumento della contribuzione a carico dei lavoratori autonomi, che dovrebbe salire del 2%, fino al 23% della retribuzione dichiarata.
Altra ipotesi sarebbe anche il blocco delle rivalutazioni delle pensioni, per tutto il 2012, con l’eccezione dell’assegno corrispondente alla minima.
“I sacrifici si possono discutere e si possono fare, ma bisogna realizzare prima i tagli ai costi della politica, partendo dai privilegi dei parlamentari, in particolare dai vitalizi, e procedendo all’abolizione delle province e al dimezzamento del numero dei componenti del Parlamento. Bisogna poi attuare provvedimenti draconiani nei confronti degli evasori fiscali, di quelli che portano i patrimoni all’estero o li tengono in Italia nascosti nelle società di comodo. Se si faranno queste cose si potranno anche chiedere nuovi sacrifici agli italiani”.

 

Share

Pubblicato nella sezione Previdenza e Lavoro |

Famiglia, impresa e stili di vita: saranno le donne a farci uscire dalla Grande Crisi?

martedì 29 novembre 2011

Di Antonio Galdo. Lo spreco del talento, dell’energia e delle potenzialità delle donne in Italia è stato scolpito da Mario Draghi nel corso della sua ultima relazione da governatore della Banca d’Italia. Draghi ha ricordato, per esempio, alcuni numeri-chiave: l’occupazione femminile è ferma al 46 per cento della popolazione in età di lavoro, 20 punti in meno rispetto a quella maschile (ed è la più bassa in Europa); le donne-dirigenti sono calate del 10,1 per cento; la parità di genere tra gli occupati potrebbe produrre incrementi del famoso prodotto interno lordo del 13 per cento nell’Eurozona e del 22 per cento nel nostro paese. Capite? Non sprecando il valore delle donne, e innanzitutto non emarginandole, avremmo risolto il problema della maledetta crescita, l’ossessione che ci accompagna tutti i giorni, e continuerà ad accompagnarci per alcuni anni. D’altra parte l’esclusione femminile è molto diffusa in qualsiasi girone della vita economica, compreso quello relativo ai posti di comando nei piani alti delle aziende. Mentre abbiamo un boom in Italia di piccole aziende femminili, create e condotte da donne, quando si sale nel club delle società pesanti, quotate in Borsa o protagoniste sui mercati, le donne scompaiono. Fatte fuori in blocco. Non si vedono nei consigli di amministrazione, tutti dominati dai maschietti, né tantomeno ai vertici delle aziende, con rare e significative eccezioni. E quando sono in campo, ciò è dovuto molto spesso al fatto che si tratta di donne legate da rapporti familiari, mogli, figlie, nipoti, con i boss delle aziende. Uno spreco circolare, fatto anche di autoreferenzialità del comando nell’economia maschile italiana. Abbiamo parlato di questi argomenti, tra gli altri, in un incontro organizzato dall’Associazione italiana donne dirigenti d’azienda (Aidda) a Napoli, con un titolo piuttosto provocatorio: “Saranno le donne a tirarci fuori dalla Grande Crisi?” La mia risposta è piuttosto convinta: sì, saranno innanzitutto loro a fare questo miracolo. E non solo e non tanto per questioni di potere e di establishment, ma innanzitutto perché nel mondo sprecone e sottosopra, dopo anni di comportamenti irrazionali come gli acquisti compulsivi a debito, abbiamo bisogno, come l’acqua in un deserto, del contributo femminile per girare la curva e affrontare il cambio d’epoca in cui siamo immersi. Abbiamo bisogno, cioè, di energia, fantasia, flessibilità, ottimismo, passione, uso accorto delle risorse. Se ci pensate si tratta di attitudini tipicamente femminili, e speriamo di vederle presto all’opera in modo più convincente rispetto ai tempi correnti. Anche in materia di gesti semplici: solo le donne, per esempio, possono tornare a capire ed a insegnare come si fa la spesa. Senza sprecare nulla, dal tempo al cibo, fino ai soldi.

fonte: www.nonsprecare.it

 

Share

Pubblicato nella sezione Previdenza e Lavoro |

Precarietà sempre più diffusa, il 70% dei contratti è a tempo determinato. Boom degli incarichi stagionali

lunedì 21 novembre 2011

Sempre più precario e molto spesso solo stagionale. È questo il quadro del mondo del lavoro, come fotografato dall’indagine trimestrale Excelsior, il sistema informativo di Unioncamere e Ministero del Lavoro. Il bollettino, che raccoglie i dati sui dipendenti che le imprese italiane intendono reclutare, sottolinea come delle quasi 92 mila assunzioni programmate quelle a tempo indeterminato saranno poco più del 29%, mentre i contratti a termine, stagionali o di altro tipo, saranno quasi il 71%, ovvero ben più dei due terzi.
Ma a preoccupare di più è la crescita degli impieghi stagionali, destinati a concludersi nell’arco di pochi mesi, se non addirittura di settimane: ormai rappresentano circa la metà delle occupazione non fisse. Il ricorso a rapporti di lavoro deboli secondo l’indagine «riflette un atteggiamento di maggior prudenza delle imprese», probabilmente «dettato dal cambiamento dello scenario economico verificatori negli ultimi mesi».
Quindi le aziende per l’ultima parte dell’anno creeranno occupazione precisamente per 91.800 persone, un numero lievemente inferiore rispetto allo stesso periodo del 2010. Le cifre più interessanti riguardano le modalità di reclutamento. Nel dettaglio il 29,1% (26.713) avrà un posto fisso, il 62,8% (57.650) un contratto a tempo determinato e il 4,7% (4.314) sarà assunto attraverso l’apprendistato. A spiccare è, però, il numero dei contratti stagionali, ovvero di breve se non brevissime durata, che rappresenteranno quasi un terzo delle assunzioni totali (31,3%) e la metà di quelle a tempo.
Il quadro non cambia neppure se si escludono i contratti stagionali. Così facendo l’incidenza degli impieghi «stabili» sale al 42%, ma, spiega il bollettino Excelsior, comunque risultano in calo. D’altra parte anche saltando da un settore all’altro, o dal Nord al Sud «anche nelle migliori situazioni si arriva, al massimo, a un terzo circa del totale» di assunti a tempo indeterminato. E, specifica la stessa indagine, «le poche eccezioni al di spora della media , ad esempio per comprato o provincia, riguardano attività minori per consistenza numerica».
Come se non bastasse l’indagine fa notare che, tra il totale delle assunzioni a termine, incluse quelle stagionali, solo una «quota molto modesta (di poco superiore al 10%)» è finalizzata ad approfondire «la prova» dei candidati in vista della trasformazione a tempo indeterminato del rapporto di lavoro. Il dato la dice lunga su cosa c’è da attendersi, «prefigurando nei mesi a venire una quota di stabilizzazione dei rapporti ugualmente bassa».

Fonte: il sole24ore.it

 

Share

Pubblicato nella sezione Previdenza e Lavoro |

Crisi: boom della cassa integrazione

sabato 12 novembre 2011

Da ottobre del 2008, data dell’’avvio della crisi dell’economica, ad oggile ore di cassa integrazione registrate sono state quasi 3 miliardi e 300 milioni.
A calcolarlo questa volta ci ha pensato la Cgil, secondo cui la cassa ha inciso sul reddito degli oltre 500 mila lavoratori mediamente coinvolti per 11,4 miliardi, circa 22 mila euro in meno nel salario di ciascuno. Entrando nel dettaglio c’è un miliardo e 160 milioni di ore di cassa ordinaria e poco più di 2 miliardi e 122 milioni tra straordinaria e in deroga. Nell’ottobre del 2011 – fa notare la Cgil- la cassa integrazione ha registrato un leggero calo sul mese precedente, eccezion fatta per la straordinaria, mentre si conferma una crescita delle aziende che fanno ricorso ai decreti di cassa integrazione straordinaria, pari al +3,5% da inizio anno sui primi dieci mesi del 2010. «Il rischio», sottolinea Vincenzo Scudiere, segretario confederale della Cgil, « è che il crollo della produzione industriale a settembre e i dati sulla cassa, «possano determinare un micidiale mix fatto di stagnazione e disoccupazione». «Il nuovo governo deve rispondere a Bruxelles con il lavoro: introdurre una patrimoniale e mettere al centro l’occupazione a partire da quella giovanile».

 

Share

Pubblicato nella sezione Previdenza e Lavoro |

Inps: la pensione dei giovani arriverà al 70%

lunedì 10 ottobre 2011

Secondo lo studio “è l’effetto del metodo di calcolo contributivo che si applica, integralmente, a chiunque abbia cominciato a lavorare dopo il 1995: più anni di contributi si versano, più tardi si va in pensione, è più si prende”.
L’allungamento dell’età lavorativa dopo le recenti riforme pensionistiche “farà sì che l’importo della pensione non sarà così basso come si è stimato finora: potrà essere pari al 70% dell’ultimo stipendio per un lavoratore dipendente e del 57% per un parasubordinato”. Questa la stima di uno studio dell’Inps. Secondo lo studio “è l’effetto del metodo di calcolo contributivo che si applica, integralmente, a chiunque abbia cominciato a lavorare dopo il 1995: più anni di contributi si versano, più tardi si va in pensione, è più si prende”.
“Chi comincia a lavorare oggi – spiega l’istituto – non potrà andare in pensione prima di aver raggiunto 65 anni e 3 mesi (nel 2046) se avrà i 35 anni di contributi necessari per la pensione anticipata, senza differenze tra uomini e donne. Altrimenti dovrà attendere fino a 69 anni e 3 mesi. Sarà infatti questa l’età di pensionamento di vecchiaia richiesta nel 2046, per effetto di tre misure: finestra mobile (la pensione decorre con ritardo di 12-18 mesi rispetto alla maturazione dei requisiti); aumento a 65 anni dell’età di vecchiaia per le donne; adeguamento automatico ogni tre anni dell’età pensionabile alla speranza di vita”. Il risultato è che anche le pensioni di vecchiaia avranno alla fine almeno 35 anni di contributi alle spalle.

Fonte: il tempo

 

Share

Pubblicato nella sezione Previdenza e Lavoro |

Pagina 1 di 1112345Successivi ›Ultima pagina »

Via Volturno n. 33 - 30173 VENEZIA
tel. 041.5349637 - fax 041.5349637
info@associazionedifesaconsumatori.it
Realizzazione siti web Elinet con Wordpress