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Stai visualizzando gli archivi della categoria Salute e Alimentazione.

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Archivio della Categoria 'Salute e Alimentazione'

Troppa tv uccide: 22 minuti di vita in meno per ogni ora passata davanti al piccolo schermo

lunedì 22 agosto 2011

Un’ora di televisione fa lo stesso effetto che fumare 2 sigarette: per ogni 60 minuti passati immobili davanti al piccolo schermo, la vita si accorcia di 22 minuti. Per un totale di quasi 5 anni di vita persi nel caso patologico di un ipotetico ‘drogato’ di tv che dedichi al suo hobby preferito addirittura 6 ore al giorno. A rilanciare l’allarme e’ uno studio australiano pubblicato sul ‘British Journal of Sports Medicine’, condotto dai ricercatori dell’universita’ del Queensland su dati relativi a 11 mila adulti over 25.
Gli scienziati hanno stimato che nel 2008 gli adulti australiani ultra 25enni hanno passato 9,8 miliardi di ore davanti al video, associate a 286 mila anni di vita persi prematuramente. E da un’estrapolazione sulla base di questa ‘equazione’ arriva il dato choc: 22 minuti di vita bruciati per ogni ora di tv, il doppio del tempo che si manda ‘in fumo’ aspirando una sigaretta (11 minuti).
Non solo: l’1% di spettatori che si attacca allo schermo addirittura per 6 ore al giorno, incalzano gli autori, rischia di morire 4,8 anni prima rispetto a chi – all’opposto degli estremi – snobba completamente la tv.
“Il tempo trascorso guardando la tv – sostengono quindi gli studiosi australiani – e’ associato a una riduzione dell’aspettativa paragonabile a quella legata ai principali fattori di rischio per malattie croniche, come l’inattivita’ fisica o l’obesita’”.
E poco importa se i calcoli degli autori sono basati su dati australiani: “Gli effetti della tv negli altri Paesi del mondo industrializzato sono con ogni probabilita’ comparabili”, assicurano gli esperti, considerando che nelle nazioni piu’ sviluppate del pianeta le malattie ‘big killer’ sono sostanzialmente le stesse e che le ore passate davanti al piccolo schermo sono in media molte: 4 al giorno nel Regno Unito, come ricorda oggi il britannico ‘Daily Mail’, e 5 negli Usa.
Non è certo la prima volta che la scienza punta il dito contro gli effetti dell’abuso di tv sulla salute. All’inizio di quest’anno uno studio aveva dimostrato che il rischio di ammalarsi di diabete di tipo 2 (la forma associata ai cattivi stili di vita) e malattie cardiache aumenta del 20% dopo appena 2 ore di tv al giorno. E che l’eccessivo ‘attaccamento’ alla televisione andrebbe considerato rischioso quanto fumare, ingrassare o non fare sport e’ la conclusione a cui arriva in queste ore anche un altro studio contemporaneo a quello australiano, condotto a Taiwan e pubblicato online su ‘Lancet’.

Quotidiano.net

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Pubblicato nella sezione Salute e Alimentazione |

Creme solari, la protezione che non c’è

lunedì 15 agosto 2011

Tutte le lozioni promettono di proteggere la pelle da scottature, invecchiamento precoce e cancro alla pelle. Ma non è così. In America la Food and Drug Administration ha approvato una direttiva per normare (e sanzionare) il settore, mentre in Ue c’è solo una regolamentazione non vincolante.

Baciati dal sole, ma al riparo dai rischi. E’ quello che promettono quasi tutte le creme solari, da quelle più costose a quelle più economiche. Ma occhio a non lasciarsi ingannare: non tutto quello che si legge sulle etichette è vero, soprattutto se si guarda alle scritte in grassetto appena sotto il marchio del prodotto. Quasi tutte le lozioni promettono protezione che in realtà non posso assicurare.
Il rischio non è banale come invece può essere in alcuni casi l’acquisto di un prodotto cosmetico. Un mascara che promette di quadruplicare le ciglia e in realtà non lo fa per niente, non è pericoloso. Con le creme solari in gioco c’è la nostra salute.
Per farsi un’idea dell’inganno, basta fare un raffronto tra quello che vediamo scritto sulle etichette dei prodotti in vendita in Italia, ma anche in altri paesi d’Europa, e le nuove regole che la Food and Drug Administration (FDA) americana, ha di recente approvato in tema di protezione solare. L’agenzia , dopo 33 anni di riflessioni, ha deciso di fare chiarezza sul mondo delle creme solari votando delle nuove regole, che saranno in vigore l’anno prossimo.
Innanzitutto, l’agenzia statunitense pone il divieto per i produttori di affermare che le lozioni sono “waterproof” o “sweatproof”, cioè resistenti all’acqua o al sudore. Un messaggio, questo, considerato sbagliato e ingannevole. Potranno invece dire per quanti minuti queste creme resistono o meno all’acqua.
“Non esistono creme – dichiara Claudia Cotellessa, docente di dermatologia all’Università degli Studi de L’Aquila – immuni all’acqua. Ci sono soltanto lozioni parzialmente resistenti, cioè che se ne vanno via dopo mezz’ora, o poco più, di immersione”. L’invito è quindi quello di non prendere alla lettera quanto pubblicizzato da alcuni prodotti.
Ancora più complesso è il discorso sui fattori di protezione, anch’essi finiti nel mirino dei regolatori americani. Dall’anno prossimo i produttori non potranno più scrivere sulle etichette che le lozioni con fattore di protezione 15 proteggono dalle scottature, dall’invecchiamento precoce e dal cancro alla pelle. Perché, semplicemente, non lo fanno. “Un fattore di protezione 15 – spiega la dermatologa italiana – agisce sui raggi uvb e solo per un terzo sui raggi uva, cioè ha un’azione quasi nulla. Quindi è sbagliato pensare che una crema con questo fattore di protezione allontani il rischio di invecchiamento precoce o di sviluppare un cancro alla pelle”. Infatti, mentre i raggi uvb causano scotatture, sono quelli uva a provocare le rughe, ed entrambi i raggi possono portare al cancro. Ecco perché l’FDA ha stabilito che le lozioni con protezione da 2 a 14 dovranno avere un avviso in cui si dice che il prodotto non protegge da tumori della pelle e dall’invecchiamento precoce, così come vieta di definire “ad ampio spettro” le creme solari che non offrono protezione sia dai raggi uvb che uva.
In questo caso la Fda ha copiato l’Unione Europea che per prima ha avvertito la necessità di fare chiarezza sul mondo delle lozioni solari. Prova ne è un documento datato il 22 settembre 2006. La differenza tra l’agenzia americana e la Commissione europea sta nel fatto che quest’ultima ha pubblicato una raccomandazione, e non una direttiva. Quindi, non sono previste sanzioni per i produttori che non si attengono alle indicazioni. In definitiva, nonostante i legislatori europei abbiano avvertito l’esigenza di una maggiore trasparenza, il mercato di fatto ha continuato a praticare la strada dell’ambiguità.

di Valentina Arcovio
per PianetaScienza

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I gas serra dimenticati: “Non basta fermare la CO2″

venerdì 5 agosto 2011

Se si parla di gas serra il dito è puntato sempre su di lei: l’anidride carbonica. E non c’è dubbio che questa molecola sia la regina dei gas che intrappolano il calore negli strati più bassi dell’atmosfera terrestre. Ma, secondo alcuni scienziati americani, per decenni abbiamo trascurato l’importanza di altri gas prodotti dalle attività umane e che contribuiscono al cambiamento climatico.
Una “svista” non da poco, si capisce da uno studio in pubblicazione su Nature. Per stabilizzare il riscaldamento dovuto alla CO2 dovremmo abbattere le emissioni dell’80% (anche perché il gas emesso oggi rimarrà nell’atmosfera per millenni). Un taglio, questo, che a molti appare impossibile. Perché, allora, non cominciare riducendo le emissioni di altri gas serra? Secondo gli esperti questo sarebbe un obiettivo raggiungibile e che farebbe la differenza. I risultati positivi li vedremmo già in poche decine di anni.
Concentrati sulla CO2, politici, attivisti, economisti, pianificatori, e forse una buona parte della comunità scientifica, hanno infatti sottovalutato il ruolo di gas come il metano (CH4), l’ossido di diazoto (N2O), l’esafluoruro di zolfo (SF6), gli idrofluorocarburi (HFCs) ed i perfluorocarburi (PFCs). Gas di minore impatto sul clima, ma che le attività umane hanno prodotto per secoli e pompato nei cieli del pianeta senza porsi troppe questioni.
“È chiaro – ammettono Stephan Montzka ed i colleghi della agenzia oceanica e atmosferica americana (Noaa), autori dell’analisi – che il cambiamento climatico recente è principalmente dovuto alla anidride carbonica emessa dall’impiego dei combustibili fossili, e sappiamo anche che questo sarà un problema a lungo termine perché si tratta di un gas molto persistente nell’atmosfera. Ma ridurre l’emissione di altri gas serra contribuirebbe già a un miglioramento dell’atmosfera, in tempi molto brevi”.
Questi altri gas serra sono presenti nell’atmosfera in concentrazioni molto basse, spiegano gli esperti della Noaa. Ma contribuiscono fino al 35-45% al riscaldamento dovuto alle emissioni causate dalle attività umane.
Il contenuto atmosferico di metano, per fare un esempio, è oggi ad un livello mai raggiunto negli ultimi 800 mila anni: lo dimostrano le perforazioni nei ghiacci artici ed antartici. Secondo i ricercatori il picco attuale è da imputarsi all’agricoltura ed ai processi industriali.
“In assenza di sforzi di mitigazione notevole, sia le emissioni umane che quelle naturali di metano sono destinate a crescere a causa dell’aumento della popolazione e del riscaldamento globale”, dice Montzka. Il discorso è simile per altri gas serra.
Quello che promettono i ricercatori non è la risoluzione del problema, ma una attenuazione importante e soprattutto sul breve periodo (già entro il 2050-2060). Che, sottolineano più volte gli esperti della Noaa, darebbe risultati impossibili da raggiungere nei prossimi decenni agendo sulla sola CO2. “Un drastico taglio delle emissioni degli altri gas – dice Montzka – è possibile a costi ragionevoli, grazie alle tecnologie attualmente disponibili e ciò faciliterebbe le future azioni di mitigazione.”
Per il futuro più remoto, conclude l’analisi, bisognerà comunque imporsi forti riduzioni sulle emissioni di CO2. Ma senza più trascurare gli altri gas serra, suoi stretti collaboratori.

di JACOPO PASOTTI

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Integratori, vitamine e sali minerali le pillole del benessere conquistano gli italiani

martedì 2 agosto 2011

Sono pillole e compresse ma non hanno nulla a che fare con le medicine. Stanno in scatole dai colori accesi – arancioni, gialle, blu, verdi – sistemate nelle farmacie in espositori alti fino agli occhi. Totem di cartone fatti apposta per attirare i clienti che insieme alle martellanti campagne pubblicitarie si rivelano molto efficaci: ogni anno gli italiani spendono per gli integratori alimentari il 10% in più di quello precedente. Adesso siamo a 1 miliardo e 700 milioni di euro di fatturato.
Questi prodotti possono essere usati per problemi oculistici o per blande infezioni, per cercare di dimagrire o non avere l’ansia, ma anche per perdere peso o non perdere i capelli. Più generalmente vengono presi per tirarsi su, per stare bene, per superare un periodo di debolezza. Vitamine, sali minerali, fermenti lattici segnano ogni anno un incremento delle vendite ormai impensabile per i farmaci ma anche per i prodotti omeopatici o fitoterapici. La loro autorizzazione al commercio è molto più rapida di quella dei medicinali, basta una comunicazione al ministero. E così l’offerta cresce, per intercettare meglio la domanda ma anche per determinarla.
I prezzi sono piuttosto alti eppure ai consumatori gli integratori piacciono. Perché? Le ragioni del boom sono più di una. Da una parte la ricerca continua del benessere, che si scontra con una sempre maggiore attenzione dei dottori a prescrivere medicine. Comunque per stare bene una pasticca ci vuole, sembrano pensare in molti. “Ora c’è il boom degli integratori vegetali, che sfruttano la moda del naturale – dice Marco Mungai Nocentini, presidente Federfarma Toscana – Questi prodotti, che non costano niente al sistema sanitario, piacciono perché non hanno effetti collaterali e oltretutto spesso sono gli stessi medici a consigliarli. Inoltre sono finite tra gli integratori sostanze che un tempo erano farmaci da banco”. Come il polase.
Negli Usa, dove l’impennata delle vendite risale a molti anni fa, si iniziano a chiedere se non si stia esagerando. Lo stesso acido folico, che ha una indicazione precisa per le donne incinte in quanto riduce i rischi di anomalie del sistema nervoso del nascituro, è finito sotto accusa perché in molte ne prendono troppo. “Non siamo a questo livello ma va fatta chiarezza su quando servono gli integratori – dice Giacomo Milillo, della Federazione dei medici di famiglia – Se prescrivo una terapia di antibiotici possono essere necessarie delle vitamine per aiutare il paziente. Ma deve essere un trattamento prolungato. Altri integratori possono servire in situazioni di deperimento, ad esempio in anziani che hanno difficoltà ad alimentarsi.
Mi sembra un mondo che si basa più sul consumo che sul bisogno – fa sapere il presidente dell’Adico, Carlo Garofolini – spesso sembra che siano fatti passare come necessari quando in realtà non lo sono”.

di Michele Bocci
tratto da repubblica.it

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Che cosa fare se «punge» una medusa?

giovedì 21 luglio 2011

Incontrare una medusa in mare è facile. Ma non è raro imbattersi anche nel pesce ragno, o tracina, soprattutto nei litorali a fondo sabbioso. In genere questi incontri ravvicinati non creano grossi danni, ma possono comunque essere fastidiosi, soprattutto per i bambini. Ecco perché è utile sapere come comportarsi per alleviare le sofferenze e prevenire spiacevoli inconvenienti. «Le meduse non pungono e non mordono, ma provocano un’irritazione della pelle in seguito al contatto con i loro tentacoli — premette Paolo Cremonesi, responsabile del Pronto Soccorso dell’Ospedale Galliera di Genova —. Queste protuberanze sono rivestite da cellule capaci di iniettare nella preda un liquido urticante, di solito costituito da una miscela di alcune proteine con effetti paralizzanti, infiammatori e neurotossici».

Quali sintomi provoca il contatto con le meduse?

«Inizialmente un dolore “bruciante” per i frammenti di tentacolo lasciati sulla pelle. Subito dopo si sviluppa un’orticaria dolorosa simile a un’ustione, accompagnata da gonfiore, rossore, vescicole e bolle. Raramente, in soggetti particolarmente sensibili, il può verificarsi una reazione allergica grave con shock anafilattico. Il contatto a livello oculare può dare congiuntiviti, ulcerazioni della cornea e gonfiore delle palpebre».

Che cosa succede invece se punge una tracina?

«Sulla sua pinna dorsale ci sono aculei (spine) che rilasciano un veleno che determina un dolore molto forte, acuto che insorge quasi subito dopo la puntura e, senza cure, dura alcune ore. Inoltre dopo la puntura la parte interessata (in genere i piedi camminando in acqua e le mani in caso di pesca) comincia a gonfiarsi. A dolore e gonfiore, possono aggiungersi formicolio e riduzione della motilità dell’arto interessato e disturbi della sensibilità cutanea della zona prossima alla puntura».

Che cosa si deve fare?

«Nel caso della medusa lavare subito e ripetutamente con acqua di mare l’area interessata e asportare con delicatezza i residui di tentacolo. Il trattamento dipende dall’estensione e dalla sede della lesione. In generale, dopo un accurato lavaggio, se l’estensione è significativa e riguarda zone esposte alla luce è bene rivolgersi al medico. Potrebbe essere prescritto un anestetico locale ed eventualmente cortisonici e/o antistaminici (in pomata con copertura della lesione con garza sterile e non esposizione al sole), il trattamento antitetanico (il rischio tetano c’è per ogni tipo di contatto con animali) e un antibiotico per ridurre il rischio d’infezione. È però importante che la decisione sia sempre di un medico. Nel caso della tracina, se la puntura interessa la mano bisogna togliere subito gli anelli (la mano si gonfia) e asportare eventuali parti delle spine dorsali. Poiché il veleno di questo pesce è inattivato dal calore giova mettere subito la parte in un contenitore d’acqua calda al limite della tollerabilità per circa 30-60 minuti. Poi consultare il medico per valutare l’opportunità di una profilassi antitetanica o di un trattamento con cortisone e/o con antibiotici orali».

Antonella Sparvoli

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Il superticket spinge le cure low cost

venerdì 15 luglio 2011

Aggirando le liste d’attesa di Asl e ospedali e pagando qualche spicciolo in più del super-ticket in vigore dalla prossima settimana su visite e analisi, sempre più italiani scoprono la scorciatoia della sanità low cost privata, che oramai fattura quasi 10 miliardi di euro con una crescita del 20-30% l’anno.

L’esplosione
Ticket aumentato dal governoUn vero e proprio boom, destinato a espandersi ancor di più con l’entrata in vigore con la manovra, dei 10 euro su visite specialistiche, analisi e accertamenti diagnostici, che vanno ad aggiungersi ai ticket da 36, in alcuni casi 46 euro già in vigore in tutte le Regioni. Importi destinati a crescere, nel 2014, quando con i contributi degli assistiti bisognerà ottenere il 40% dei risparmi previsti – e sono tanti- per la sanità. A quel punto curarsi nei nuovi centri medici privati low cost che stanno spuntando come funghi in tutta Italia diventerà quasi più conveniente che rivolgersi al pubblico. E i capitali privati l’hanno capito, spingendo il piede sull’acceleratore degli investimenti. Lo dimostra la scesa in campo di grandi gruppi bancari, come Intesa SanPaolo e il Gruppo Banche popolari, primi azionisti della Welfare Italia, 25 poliambulatori specialistici e odontoiatrici sparsi per l’Italia a fine anno, che diventeranno 130 tra 4 anni.

Le stime
A fornire le stime di mercato è la Assolowcost, l’associazione che rappresenta le più svariate imprese, da Ikea alla Dacia automobili, accomunate dalla politica dei bassi costi a buoni livelli di qualità. «Nella sanità è difficile fare stime – spiega il presidente Andrea Cinosi – ma essendo questo uno dei settori di punta del low cost non è azzardato stimare una incidenza pari al 6% della spesa sanitaria complessiva». Ossia un mercato miliardario che sfiora le due cifre.

I due fronti
Alla base del fenomeno c’è ovviamente la crisi, che grava sia sui pazienti che sui medici. Il centro Studi di economia sanitaria, Ceis-Tor Vergata, ha calcolato che nel 2010 in Italia più di 3 milioni di persone hanno avuto problemi economici a causa delle spese sanitarie e che oltre 2 milioni e mezzo di italiani, soprattutto famiglie con bambini e pensionati, sono stati costretti a rinunciare a visite, analisi o appuntamenti dal dentista. E così, per fermare l’emorragia di pazienti/clienti anche gli studi medici e le strutture sanitarie hanno deciso di scendere nell’arena dell’offerta a basso costo, come hanno già fatto trasporto aereo, abbigliamento ed altre professioni.
Secondo l’indagine condotta dalla Scuola di Formazione Continua del Campus Biomedico di Roma,(che non a caso sta avviando un master in imprenditorialità sanitaria) le struttura sanitarie low cost riescono in media a far risparmiare tra il 30% e il 60% rispetto alle normali tariffe di mercato. «Soprattutto concentrando più medici in un unico poliambulatorio per ottenere economie di scala sfruttando in modo intensivo le apparecchiature», spiega Fabio Capasso, direttore della Scuola di formazione dell’Ateneo.

La formula
Le strutture per ora sono concentrate soprattutto a Nord ed offrono servizi medici di vario genere, anche se dove l’offerta low cost è determinante sono i settori non coperti dal Servizio Sanitario Nazionale: cure dentarie e psicoterapia. Due campi dove circa il 90% degli assistiti è costretto a rivolgersi al privato. Ma la formula «bassi prezzi, buona qualità» si sta rivelando vincente anche per visite specialistiche e accertamenti diagnostici, dove il low cost sanitario ha affilato due armi vincenti: prezzi non di molto superiori ai ticket e tempi di attesa praticamente azzerati. Un miracolo ottenuto senza diminuire i livelli di qualità e sicurezza dell’offerta ma, spiega il Presidente di Assolowcost, Andrea Cinosi, sfrondando i costi. «Ad esempio uno studio può decidere di puntare su centrali di acquisto, risparmiando fino al 70% sui materiali sanitari».
Completamente diversa è l’analisi che fa del fenomeno Costantino Troise, segretario nazionale del forte sindacato dei medici ospedalieri Anaao, per il quale «anche il low cost è comunque un privato profit portato per sua natura ad inflazionare la domanda». Come dire: paghi di meno ma spendi di più per prestazioni non sempre necessarie. Il tutto, aggiunge Troise, «con il rischio che continuando con tagli e ticket si favorisca una privatizzazione strisciante facendo del servizio pubblico una sanità povera per i poveri».

di Paolo Russo

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ADICO: come difendersi dal caldo

martedì 12 luglio 2011

Italia sempre più nella morsa dell’afa, con temperature percepite prossime a quota quaranta: 39 a Messina e Latina, 38 a Roma, Firenze, Civitavecchia e Frosinone. Secondo la Protezione Civile, che monitora Continua a leggere…

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Varate le nuove norme sull’etichettatura dei cibi

sabato 9 luglio 2011

I consumatori saranno meglio informati e potranno compiere scelte più salutari quando acquistano cibi: questo e’ l’obiettivo principale delle nuove norme per l’etichettatura dei cibi, adottate dal Parlamento europeo. In futuro, il contenuto Continua a leggere…

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Tintarella e solari, veneziani informati e protetti sotto l’ombrellone

domenica 26 giugno 2011
Sondaggio Adico su un campione di 300 iscritti alla mailing list del sito www.associazionedifesaconsumatori.it e consigli degli esperti sul corretto uso delle protezioni.
Abbronzati sì, ma con tutte le precauzioni del caso. Sono informati e prudenti in fatto di creme ed esposizione al sole i consumatori veneziani, stando ai risultati Continua a leggere…
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Diabete, la Francia ritira due farmaci: ”cancerogeni’

sabato 11 giugno 2011
Actos e Competact contengono plioglitazone. Un lungo studio ne dimostra la tossicità.
L'Agenzia francese del farmaco (Afssaps) ha deciso di sospendere la commercializzazione di due farmaci antidiabetici, Actos e Competact (entrambi commercializzati da Takeda, e indicati per il trattamento del diabete mellito di tipo 2). Il principio attivo contenuto nei medicinali, il Continua a leggere…
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