Manovra: stangata sulle pensioni; si andrà in pensione più tardi anche con 40 anni di contributi
30 maggio 2010
Bisogna tornare al 1992 o al 1994, all’Italia della liretta o al primo Berlusconi in lite con Bossi, per raccontare di una mazzata così forte sul fronte delle pensioni. Allora successe un putiferio per il blocco di un anno delle pensioni d’anzianità e per tagli che in parte finirono per restare lettera morta. Invece il menù 2010 presentato dal governo è decisamente salato ma anche più raffinato di quelli precedenti. L’esecutivo si è mosso su ben quattro fronti.
Il primo equivale alla rottura di un tabù: dal 2011 – sempre se il testo non sarà cambiato – per andare a riposo non saranno più sufficienti i 40 anni di contributi indipendentemente dall’età anagrafica. Scatta infatti la cosidetta ”finestra mobile” che dà un’indicazione semplice: si va a riposo 12 mesi dopo il raggiungimento del requisito. Traduzione: con 40 anni di contributi si raggiunge il diritto per andare in pensione ma per poter lasciare effettivamente il lavoro bisogna lavorare un anno in più. Attenzione, però, qui al danno si aggiunge la beffa: dopo i 40 anni gli ulteriori contributi versati non fanno crescere la pensione se non in misura infinitesimale.
Il secondo fronte d’attacco è quello delle pensioni d’anzianità e di vecchiaia. Qui le conseguenze del meccanismo della ”finestra mobile” sono chiarissime. Per la vecchiaia si sale direttamente ai 66 anni (61 per donne) con un ritardo di sei-nove mesi rispetto a quanto previsto oggi. Con le regole attuali (fissate nel 2007) chi ad esempio è nato entro il 31 marzo va a riposo il primo luglio, quindi la soglia dei 65 anni viene superata da un massimo di sei mesi ad un minimo di tre mesi. Stessa musica per le rendite d’anzianità. Con le regole attuali i dipendenti andrebbero a riposo nel 2011 con quota 96, ovvero con 36 anni di contributi e 60 anni d’età oppure con 35 anni di contributi e 61 anni. Ebbene, dopo la manovra di fatto si passa a quota 97, perché bisognerà continuare a lavorare un anno dopo il ”raggiungimento dei requisiti”. Per gli autonomi – per i quali dal 2011 era prevista quota 97 – si passa di botto a quota 98 e mezzo.
C’è poi il capitolo delle donne che lavorano per lo Stato. Per loro l’aumento a 65 anni (dall’attuale 61) dell’età pensionabile sarà raggiunto nel 2016 e non più nel 2018. Ovviamente anche per queste lavoratrici scatta la finestra mobile e dunque va previsto un’ulteriore anno di lavoro.
Ma è il quarto punto quello destinato ad incidere di più nel lungo termine. Un punto non inserito nella manovra ma in un regolamento entrato in vigore un paio di giorni fa nell’indifferenza generale. Invece si tratta di una norma che cambierà la vita di milioni di italiani poiché lega l’età pensionabile all’aspettativa di vita dal primo gennaio 2015. In questo modo è già certo che fra poco più di 4 anni l’età pensionabile salirà di altri 3 mesi. Il regolamento prevede inoltre che il conteggio venga rifatto ogni 3 anni e questo vuol dire che con gli aumenti pressocché certi del 2018 e del 2021, nel 2024 gli italiani andranno in pensione a 67 anni. E’ un traguardo importante, non solo per l’orizzonte lavorativo ma anche per il giudizio dei mercati finanziari e della Commissione Europea sui conti pubblici italiani. La Germania, tanto per fare un esempio, prevede di raggiungere i 67 anni nel 2027. Secondo il Tesoro questa operazione vale circa mezzo punto di Pil (7-8 miliardi di euro) dopo il 2025. E c’è infine un’ulteriore novità: i futuri calcoli previdenziali saranno differenziati fra maschi e femmine che, dunque, in futuro potrebbero andare a riposo dopo gli uomini visto che hanno un’aspettativa di vita molto più alta.
Ma torniamo alla manovra. Una delle novità emerse nell’ultima bozza è la stretta sulle indennità d’accompagnamento che potrebbero essere concesse solo se l’invalidità supera l’85% e non più l’80%. Questo lascerebbe fuori buona parte delle persone che soffrono di sordità. Sembra confermato, infine, che le liquidazioni degli statali non saranno toccate ad eccezione di quelle più alte. L’eliminazione delle Province finirà infine nel Codice delle Autonomie.
Il primo equivale alla rottura di un tabù: dal 2011 – sempre se il testo non sarà cambiato – per andare a riposo non saranno più sufficienti i 40 anni di contributi indipendentemente dall’età anagrafica. Scatta infatti la cosidetta ”finestra mobile” che dà un’indicazione semplice: si va a riposo 12 mesi dopo il raggiungimento del requisito. Traduzione: con 40 anni di contributi si raggiunge il diritto per andare in pensione ma per poter lasciare effettivamente il lavoro bisogna lavorare un anno in più. Attenzione, però, qui al danno si aggiunge la beffa: dopo i 40 anni gli ulteriori contributi versati non fanno crescere la pensione se non in misura infinitesimale.
Il secondo fronte d’attacco è quello delle pensioni d’anzianità e di vecchiaia. Qui le conseguenze del meccanismo della ”finestra mobile” sono chiarissime. Per la vecchiaia si sale direttamente ai 66 anni (61 per donne) con un ritardo di sei-nove mesi rispetto a quanto previsto oggi. Con le regole attuali (fissate nel 2007) chi ad esempio è nato entro il 31 marzo va a riposo il primo luglio, quindi la soglia dei 65 anni viene superata da un massimo di sei mesi ad un minimo di tre mesi. Stessa musica per le rendite d’anzianità. Con le regole attuali i dipendenti andrebbero a riposo nel 2011 con quota 96, ovvero con 36 anni di contributi e 60 anni d’età oppure con 35 anni di contributi e 61 anni. Ebbene, dopo la manovra di fatto si passa a quota 97, perché bisognerà continuare a lavorare un anno dopo il ”raggiungimento dei requisiti”. Per gli autonomi – per i quali dal 2011 era prevista quota 97 – si passa di botto a quota 98 e mezzo.
C’è poi il capitolo delle donne che lavorano per lo Stato. Per loro l’aumento a 65 anni (dall’attuale 61) dell’età pensionabile sarà raggiunto nel 2016 e non più nel 2018. Ovviamente anche per queste lavoratrici scatta la finestra mobile e dunque va previsto un’ulteriore anno di lavoro.
Ma è il quarto punto quello destinato ad incidere di più nel lungo termine. Un punto non inserito nella manovra ma in un regolamento entrato in vigore un paio di giorni fa nell’indifferenza generale. Invece si tratta di una norma che cambierà la vita di milioni di italiani poiché lega l’età pensionabile all’aspettativa di vita dal primo gennaio 2015. In questo modo è già certo che fra poco più di 4 anni l’età pensionabile salirà di altri 3 mesi. Il regolamento prevede inoltre che il conteggio venga rifatto ogni 3 anni e questo vuol dire che con gli aumenti pressocché certi del 2018 e del 2021, nel 2024 gli italiani andranno in pensione a 67 anni. E’ un traguardo importante, non solo per l’orizzonte lavorativo ma anche per il giudizio dei mercati finanziari e della Commissione Europea sui conti pubblici italiani. La Germania, tanto per fare un esempio, prevede di raggiungere i 67 anni nel 2027. Secondo il Tesoro questa operazione vale circa mezzo punto di Pil (7-8 miliardi di euro) dopo il 2025. E c’è infine un’ulteriore novità: i futuri calcoli previdenziali saranno differenziati fra maschi e femmine che, dunque, in futuro potrebbero andare a riposo dopo gli uomini visto che hanno un’aspettativa di vita molto più alta.
Ma torniamo alla manovra. Una delle novità emerse nell’ultima bozza è la stretta sulle indennità d’accompagnamento che potrebbero essere concesse solo se l’invalidità supera l’85% e non più l’80%. Questo lascerebbe fuori buona parte delle persone che soffrono di sordità. Sembra confermato, infine, che le liquidazioni degli statali non saranno toccate ad eccezione di quelle più alte. L’eliminazione delle Province finirà infine nel Codice delle Autonomie.
di Diodato Pirrone
31 maggio 2010 alle 06:45
DOMANDA :ma le province vengono annullate ono? se si si può sapere quali?
Non si dice più niente dei libretti bancari e postali , si era detto che da giugno 2011 venivano eliminati cosa vuole dire? cosa bisogna fare , ritirare il tutto, anche se poco e poi?
per favore datemi una risposta -grazie
31 maggio 2010 alle 07:50
ho 53 anni e pur avendo sempre lavorato fin dai 15 anni ad oggi devo sentire che ancora le mia pensione si allontana…sembra una chimera e non piu un qualcosa di tengibile..ma come si puo’ speventare noi quasi anziani massacrando ancora l’unica certezza rimasta in questo paese.Ho deciso smettero’ di lavorare in chiaro e comincero in nero si guadagna di piu e potro’ in pochi mesi riscattare i pochi anni di contributi…prima che cambino ancora le cose…invito tutti i 50 enni a fare la stessa cosa…basta con questa italia di merda,,,,,
31 maggio 2010 alle 08:40
Qui mi sa’che sono tutti impazziti, non ne possiamo più di questo governo che toglie ai poveri e agli ammalati per dare a ricchi che, gia stanno bene e si possono curare e campare di più. Noi poveri disgraziati con stipendi da fame che fine faremo ? ci porteranno alla vecchiaia senza poter mangiare, perché alla fine non ci daranno più nemmeno la pensione, se così si possono chiamare quei miserabili pochi euro che ci daranno. Mi spiegate anche i sindacati cosa fanno? pochissimo!! sarebbe il momento di fare uno sciopero, ma di quelli grossi, per farci sentire davvero dal governo.Magari è anche vero che campiamo di più, ma in che condizioni, malati il più delle volte e cos’ dovremo lavorare vecchi e malati perché la pensione non ce la daranno!!!!!!!!!
31 maggio 2010 alle 09:18
la solita boiata alla Berlusca si colpisce i + poveri ,si favorisce l’emarginazione sociale e la divisione in caste,spingendo le assicurazioni private che, guarda caso ,sono legate ai soliti grandi gruppi bancari/finanziari in qui il pres è coinvolto
meditate gente ma agite.
7 giugno 2010 alle 22:40
insegnante elementare tra 6 anni avrei raggiunto i 40 anni di servizio e avendo iniziato a 19 anni mi sembravano abbastanza.Tra 6 anni certamente alzeranno anche l’et
12 giugno 2010 alle 14:42
Insegnante della scuola dell’Infanzia, nata il 13 agosto 1951.
A dicembre 2010 maturerò 35 anni di servizio. negli scorsi anni ho riscattato 15 mesi validi ai soli fini pensionistici.
Volevo terminare il ciclo ed andare in pensione a settembre 2011 ma con questa manovra alla “Berlusca” cosa cambia?
Quando potrò andare in pensione? Grazie.
21 giugno 2010 alle 19:58
MA A CHI DEVO ESTENDERE I MIEI COMPLIMENTI PER QUESTA MANOVRA PENSIONI 2010?
MA CERTO, HO 55 ANNI, 38 DI LAVORO, UNA MADRE E UN MARITO INVALIDO A CARICO E UN FIGLIO DIPLOMATO SENZA LAVORO…. E IL GOVERNO COSA FA?
INVECE DI FARMI ANDARE IN PENSIONE DOPO 40 DI LAVORO E DI VERSAMENTI DI CONTRIBUTI,
PREFERISCE PRENDERSI UN ANNO DI “PENSIONE” PER SALDARE IL BUCO? MA I NOSTRI FIGLI QUANDO ANDRANNO A LAVORARE?
SCUSATE SE NON SONO D’ACCORDO…….
SONIA ZANIBONI
24 giugno 2010 alle 16:00
Sono un’ insegnante di Scuola dell’Infanzia con 36 anni di servizio e 60 anni d’età nel 2011. 34 anni di ruolo dal 1977 nello stato, più 2 anni in una scuola privata, riconosciuti ai fini pensionistici. Nata il 21-01-1951 Quando andrò in pensione con la nuova manovra?