L’ESERCITO DEI 3 MILIONI DI “DOPPIOLAVORISTI”

Difficile crederlo, ma nel Paese con oltre tre milioni di disoccupati e con una percentuale di giovani a spasso che tocca quota 40 per cento, c’è anche chi di lavori ne ha due o più. È l’esercito dei cosiddetti “doppiolavoristi”, persone che accanto alla propria attività principale ne svolgono una secondaria. Per necessità o per insoddisfazione. In modo regolare oppure in nero. Secondo un recentissimo studio (“Introduzione alla sociologia del mercato del lavoro”, ed. Il Mulino) appena pubblicato da Emilio Reyneri, sociologo del lavoro all’università Bicocca di Milano, parliamo di circa tre milioni di italiani così suddivisi: 2,5 milioni di “doppiolavoristi” regolari e 500 mila in nero. «Si tratta – spiega Reyneri – di stime alle quali sono approdato scavando nei dati Istat, concentrandomi in particolare nelle tabelle di contabilità nazionale e sulle differenze tra posizioni lavorative e occupati (un occupato può avere diverse posizioni lavorative, ndr) ».  Tre milioni, dunque. «Rappresentano il 12 per cento degli occupati – osserva ancora Reyneri -, nel 1995 costituivano il 14 per cento: direi che soprattutto a partire dal 2000 c’è stata una tendenza alla continua riduzione del doppio lavoro in Italia, il che mi sembra un dato positivo».

Ma da chi è composto l’esercito degli stakanovisti nostrani? Uomini, (il secondo lavoro – non retribuito – le donne lo fanno in casa), quarantenni, capifamiglia con impiego principale da dipendenti, ugualmente distribuiti fra nord, centro e sud del Belpaese. La domanda di doppio lavoro proviene da piccole e piccolissime imprese, ma soprattutto dalle famiglie. Il settore più gettonato per la seconda attività resta quello dei servizi (in particolare alberghi, trasporti e servizi domestici). Alzi la mano chi non conosce un insegnante di educazione fisica impiegato in una scuola che non lavori anche in una palestra o in un circolo. Oppure un impiegato di banca che tiene la contabilità per qualche esercizio commerciale o arrotonda con le dichiarazioni dei redditi. Due esempi tra tanti, presi dal settore pubblico e da quello privato. Settori che, per le seconde attività, hanno le loro regole. Un lavoratore pubblico deve essere autorizzato dalla propria amministrazione a svolgere – ricorrendo al part time o alle consulenze – un secondo lavoro (e quest’ultimo, ovviamente, non deve presentare “conflitti di interesse” con il proprio ruolo di servitore dello Stato). Il privato, dal canto suo, non può svolgere una seconda attività che risulti in concorrenza rispetto a quella dell’impiego principale. Il doppio lavoro, scrive Reyneri nella ricerca, è più diffuso nel pubblico impiego: «I dipendenti pubblici – si legge nello studio – sono spinti a cercare ulteriori fonti di reddito da retribuzioni basse e dalla frustrazione di un’organizzazione che non ne utilizza in pieno le competenze e lo spirito d’iniziativa».

«Lo svilimento del ruolo dell’impiegato pubblico e la conseguente frustrazione sono temi veri – ragiona Tania Scacchetti, esperta di mercato del lavoro nella segreteria nazionale della CGIL, – ma credo che anche nel privato si faccia ricorso al doppio lavoro perché costretti da tipologie di contratti che incentivano part time involontari, ossia non scelti ma subiti dalle persone. Penso ad alcuni impieghi nei centri commerciali, ai mestieri stagionali o alle varie forme di voucher…».

Eppure, al di là dell’ambito pubblico/privato, cosa spinge una persona a incrementare il proprio impegno quotidiano con un’altra attività? «C’è innanzitutto – risponde Reyneri -. lo stimolo a fare di più perché si avverte lo squilibrio tra livello di istruzione, mansione e retribuzione. Ci possono poi essere esigenze familiari: l’arrivo di un figlio, la moglie che perde il lavoro. E ancora il tentativo di lanciarsi in una propria attività avvertita come più gratificante avendo però il “paracadute” rappresentato dal lavoro principale, non amato ma sicuro». E la crisi? «No, non direi si siano registrati incrementi dei doppi lavori per la recessione».

Diciamola tutta: chi fa il doppio lavoro toglie opportunità ai giovani? «No – conclude netto Reyneri – perché la seconda attività lavorativa è in genere quello che io chiamo uno “spezzone” di lavoro: saltuario, rischioso, che richiede particolari competenze. Spesso è legato alla professionalità del soggetto che lo esercita, alla sua rete di rapporti. E poi ci sono attività che possono essere svolte solo come secondarie: consulenze, traduzioni di lingue poco conosciute in Italia, ripetizioni, attività nel campo dello spettacolo o del tempo libero. Lavori “spezzati” appunto, difficili da trasformare in un impiego remunerativo a tempo pieno. Ecco perché credo che non tolgano opportunità ai disoccupati».

Fonte: La Stampa

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