I NUMERI DEL REFERENDUMSULLE TRIVELLE: SONO IN GIOCO 64 PIATTAFORME

Trivelle sì, trivelle no: l’alternativa secca proposta dal referendum del 17 aprile sull’estrazione del petrolio sembra ridurre la questione ai suoi termini rudimentali, e al tipo di scontro fra guelfi e ghibellini o fra Montecchi e Capuleti che si sposa così bene con l’indole nazionale italiana. Eppure la materia del contendere non è così drammatica. Il 17 aprile non si vota per dare o non dare il via libera alle ricerche petrolifere nei nostri mari: si vota per rinnovare o non rinnovare «sine die» le concessioni esistenti entro le 12 miglia marine, sulle piattaforme già esistenti. È in gioco il futuro di 64 piattaforme sulle 119 dei nostri mari (numeri di Assomineraria). Se il 17 aprile vince il no, i giacimenti dove «pescano» quelle 64 piattaforme verranno sfruttati fino a esaurimento; se invece vince il «sì», gli impianti verranno chiusi in anticipo, alla scadenza delle concessioni.

 In realtà il Comitato No Triv sostiene che la questione è più complessa e che un eventuale «no» al referendum potrebbe dare via libera a nuove perforazioni anche vicino alle coste .

Una versione precedente della legge che ora si cerca di abrogare, contenuta nel decreto sblocca-Italia, era di certo incostituzionale (urtava contro il titolo V): avrebbe dato al governo di Roma il potere di autorizzare nuove trivellazioni contro il parare delle Regioni interessate. Ma quella norma era contraria al titolo quinto della Costituzione, e così il governo Renzi vi ha rinunciato. Al momento in Italia le nuove trivellazioni entro le 12 miglia sono vietate, comprese quelle dei progetti che avevano già avuto tutte le autorizzazioni. Il referendum proposto da nove Regioni ha nel mirino le piattaforme esistenti come (per fare un esempio) la Vega della Edison a Pozzallo, attiva dal 1987; se vincono i «sì» verrà chiusa e smontata nel 2022.
Chi è favorevole alla ricerca del petrolio e del gas nei nostri mari segnala che tutt’attorno a noi, per esempio sulla costa ex jugoslava dell’Adriatico, già si trivella alla grande; se noi rinunciamo a farlo, ci becchiamo comunque tutti i rischi di inquinamento, di incidenti alle piattaforme eccetera ma rinunciamo a ricavare un reddito. Questo argomento fa imbestialire il geologo e ambientalista Mario Tozzi: «Ma come – dice al telefono – se vado ad abitare in un condominio e il mio vicino di casa è un piromane, tanto vale che do fuoco io alla casa?». I favorevoli alle trivellazioni segnalano anche che nei nostri mari si trova molto gas e poco petrolio e che anche nel peggiore dei casi un ipotetico incidente a una piattaforma non causerebbe grandi perdite di greggio in acqua. Tozzi ribatte anche a questo: «Io ho lavorato nell’industria petrolifera e c’ero anch’io quando in Basilicata è stata tirata fuori la prima carota di petrolio. I danni per l’ambiente sono stati subito evidenti. In mari chiusi come i nostri anche la perdita di piccole frazioni del greggio che è stato versato in acqua nella grandi catastrofi storiche alle piattaforme farebbe danni incalcolabili». Interviene un altro ambientalista, Ermete Realacci: «So bene che Saipem ha le tecnologie di trivellazione più sicure del mondo, ma non mi pare che possa essere negli idrocarburi il futuro dell’Italia».

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Tutto il futuro dell’Italia no, ma un po’ di risorse sfruttabili ci sono nel nostro Paese, e poter disporre di una certa produzione nazionale di petrolio e di gas sarebbe anche importante come riserva strategica, nel caso che una grave crisi internazionale interrompesse le forniture dall’estero. La Strategia energetica nazionale (Sen) vuole più che raddoppiare entro il 2020 l’estrazione di idrocarburi in Italia, fino a 24 milioni di tonnellate all’anno. Si ipotizzano investimenti per 15 miliardi, con 25 mila nuovi posti di lavoro e un risparmio sulla fattura energetica nazionale di 5 miliardi all’anno. Poi ci sarebbe un miliardo extra di introiti fiscali annui.
Davide Tabarelli, presidente di Nomisma Energia, dice che «in Italia c’è una dorsale del petrolio e del gas che parte da Novara e poi si distende lungo l’Appennino fino in fondo alla Calabria e prosegue in Sicilia. Nel Mare Adriatico c’è una dorsale parallela offshore, da Chioggia al Gargano. In un secolo e mezzo in Italia sono stati perforati 7 mila pozzi, di cui 800 ancora attivi, e gli incidenti sono stati rarissimi. Persino alle isole Tremiti c’è un pozzo attivo dal 1962 senza danni per l’ambiente. La produzione italiana si può raddoppiare perforando dove già si sa che gli idrocarburi ci sono».

Luigi Grassia
fonte: lastampa.it

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