I peggiori anni della migliore gioventù è disoccupato un laureato su quattro

Matteo Renzi, il premier più giovane della storia della Repubblica, si accinge a presentare il Jobs Act, il programma per il rilancio del lavoro. Qualche anticipazione c’è stata, ma ancora non se ne conoscono i dettagli. Si sa per certo che è necessario fare qualcosa, e che tempo per intervenire in un’area così delicata ce n’è davvero poco. I giovani che di lavoro non ne riescono proprio a trovare e che stanno tentando sempre più la via dell’imprenditorialità, chiedono che si faccia presto. Perché la prima fase di avvicinamento alla vita attiva, quella del passaggio dal mondo della formazione a quello dell’occupazione, sta quasi diventando una chimera, un gesto complesso e difficile da mettere in atto. Dal 2008 a oggi la quota dei laureati che cerca impiego senza riuscirci è più che raddoppiata. In alcuni casi, come quello di architetti, medici, veterinari e di chi esce da giurisprudenza, è addirittura triplicata. Tra chi era uscito da una facoltà universitaria l’anno precedente, a rimanere senza impiego erano allora circa il 10 per cento, poco più o poco meno a seconda del tipo di facoltà. Oggi, quelle cifre sembrano davvero di altri tempi. Nel 2013 i disoccupati, a un anno dal conseguimento del titolo, sono saliti al 26,5 per cento, per i laureati triennali, al 22,9 per cento, per gli specialistici, e al 24,4 per cento per i magistrali a ciclo unico. I dati sono quelli del Rapporto di AlmaLaurea presentato a Bologna al convegno “Imprenditorialità e innovazione: il ruolo dei laureati”. L’indagine del consorzio, che riunisce 64 atenei del nostro Paese, ha realizzato un’analisi comparata delle ultime sei generazioni che sono passate in questi anni per le aule universitarie e ha coinvolto oltre 450mila ragazzi. Sei generazioni, quelle che si sono laureate tra il 2007 e il 2012, arrivate sul punto di diventare grandi, e pronte a entrare nella società, proprio durante i peggiori anni dell’economia italiana. Non che prima della crisi, ai giovani venissero offerte le migliori condizioni contrattuali, o che il loro potere d’acquisto fino ad allora fosse in crescita. Ma la crisi, ha di certo accentuato ancora di più le difficoltà con cui sono costretti a misurarsi. Nel 2008 i ragazzi che riuscivano a avere un contratto a tempo indeterminato erano il 41,8 per cento dei “triennali” e il 33,9 degli specialistici. Sei anni dopo si è passati rispettivamente al 26,9 per cento e al 25,7 per cento. Le retribuzioni in termini nominali sono passate da 1.300 euro al mese del 2008 ai miseri mille euro del 2013. Questo vuol dire che, al netto del costo della vita, le retribuzioni reali sono diminuite del 20 per cento. Con il tempo i fenomeni si attenuano. Dopo cinque anni si assiste infatti a una riduzione significativa della disoccupazione, della precarietà e a un parziale incremento della retribuzione. Oggi, tra i laureati del 2007, meno del dieci per cento è nell’area della disoccupazione mentre otto su dieci di loro ha un contratto di quelli che si possono ritenere stabili. La paga mensile arriva a una media poco al di sotto dei 1.400 euro, una cifra però ancora inferiore a quelli delle generazioni precedenti. Nonostante questo scenario non certo brillante, i laureati sono quelli che in questi anni hanno minimizzato i danni. La laurea, seppure in maniera sempre più blanda, continua a essere un importante strumento di “difesa” anche in tempi di burrasca. O quanto meno, è meno inefficace, del diploma. Esso permette maggiori opzioni e dà chance in più. A essere più colpiti, a cavallo della recessione, sono stati infatti i ragazzi che ne erano sprovvisti. Tra il 2007 e il 2013, il differenziale tra il tasso di disoccupazione dei neolaureati e dei neodiplomati è passato da 2,6 punti percentuali a 11,9 punti percentuali. Il vantaggio, nel medio-termine, esiste ancora anche in termini retributivi. Secondo dati Unioncamere, nelle piccole imprese, chi ha un titolo di studio universitario può ottenere un’assunzione con salario netto pari a 1.309 euro mentre un diplomato si vede costretto a accontentarsi di 1.131 euro. Nelle grandi imprese il margine sale ancora di più, tanto che le aziende con più di 250 dipendenti sono disposte a offrire una retribuzione che in media è stata calcolata pari a 1.854 euro. E’ utile ribadire che, in questo caso, si tratta di valori medi relativi a assunzioni che coinvolgono anche posizioni come quelle di dirigenti e figure di alto profilo e che riguardano, quindi, anche laureati con esperienza già maturata negli anni. A ogni modo, per uscire da questa situazione in cui ai giovani vengono offerte sempre meno opportunità, gli autori del rapporto suggeriscono di “dare maggior peso alla conoscenza e alla competenza piuttosto dell’abitudine consolidata a premiare, come oggi, l’anzianità anagrafica e di servizio”. Più in dettaglio, indicano come sempre più necessarie due linee di intervento. Da un lato, chiedono misure di sostegno all’imprenditorialità dei laureati,quindi sviluppo del venture capital, più capillare presenza di business angels, incubatori e acceleratori e una maggiore diffusione dell’educazione imprenditoriale. Dall’altro lato, invitano a puntare al rientro dei cervelli in fuga attraverso l’offerta di migliori prospettive occupazionali, sia in termini retributivi che di qualità del lavoro, di accrescere le risorse destinate alla ricerca sia dallo stato sia dai privati e di introdurre strumenti di valorizzazione del merito.

Fonte: repubblica.it

2 risposte

  1. Come dice una canzone di Gianni Morandi: uno su 1.000.000 ce la farà.
    I nostri governanti passati presenti ed anche quelli futuri, non fanno altro che distruggere per il loro interesse personale. Come dire: pochi ma fetenti e putridi. Quando togli la speranza,il sorriso e la tranquillità sia ai giovani che agli anziani non può esserci nulla di buono in avvenire. L’unico lavoro che si trova in Italia è delinquere e ce lo hanno insegnato proprio che ci governa ma non tutti ne sono capaci altrimenti ci sarebbe già stata una guerra civile. Ci vorranno decenni per risollevarsi dai danni ed i politici lo sanno molto, molto bene; intanto loro campano bene con il lauto stipendio mensile che rubano.

  2. Penso che MATTEO, abbia messo il dito nella piaga, perchè la maggior opposizione al suo operato viene dal suo partito, ed egli stesso, è dovuto scendere a dei compromessi, anche il sindacato di riferimento la CGIL, non è benevola nei suoi confronti, quindi si la strada imboccata sarebbe quella giusta, ma i vecchi corrotti che albergano nel suo partito, lo faranno lavorare? non credo, la migliore prospettiva per lui, sarebbe associarsi con i 5 stelle, unici per ora onesti, altrimenti il suo fallimento sarà clamoroso.
    Inoltre per il momento non ha la forza, per far inquisire i politici di lungo corso, che anno portato l’ITALIA, sull’orlo del baratro, arricchendosi a dismisura, e che ancora oggi come accendiamo la TV ce li troviamo davanti con le loro facce di bronzo, imperterriti.
    Io penso che per i politici rei, dovrebbe essere applicato il 41 bis, carcere duro sempre, senza esclusione alcuna, perché anno approfittato della nostra fiducia.

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